Storie (s)comode

Effetto cinema

31 Dicembre 1972, Montmartre

Nel tavolo più nascosto del café Butte en Vigne di Montmartre, Flora sorseggiava un whiskey alle 4 del pomeriggio. Aveva passato la notte insonne a pensare a quella maledetta poesia ben delineata nella sua testa ma non connessa con le sue mani.

“Quand le soleil se couchera,
et qu’il n’y aura plus de lumière, ni de bleu,
mais seulement des ombres et de la perdition,
de la confusion et du regret,
mes yeux disparaîtront
en faisant du bruit et…”

Non riusciva a trovare il finale giusto. Eppure l’aveva sognato. Ma poi, come spesso le accadeva, il ricordo era troppo annebbiato dai whiskey bevuti durante la giornata.
Come un lampo a ciel sereno le venne in mente cosa avrebbe dovuto scrivere.
Bene, bene, la lucidità iniziava a scivolare nella sua testa. O forse male?
Male. Decisamente male. “Un altro whiskey, cortesemente.”
Pierre, il proprietario del café, provò ad opporre resistenza di fronte alla richiesta di Flora.
“Madame Flora, non posso più servirle del whiskey, la mia coscienza me lo vieta. Posso proporle un ottimo succo di pomodoro?” disse con il suo solito tocco gentile.
“Sciocchezze Pierre, il pomodoro lo beva lei, devo scrivere il finale della mia poesia, mi versi quello che ho chiesto o faccio uno dei miei casini.”
Flora non aveva quello che si può definire un buon carattere, tutt’altro. E quando diceva che avrebbe fatto un casino, Pierre temeva per il benessere degli altri clienti del suo café.
“Ecco il suo sesto whiskey, Madame Flora, ma ci tengo a dirle che non sono d’accordo. E mi permetto anche di chiederle dove dormirà stanotte.”
“Pierre, lo sa benissimo dove dormo. In un vero hotel di lusso a cinque stelle, dopo aver fatto un vigoroso bagno caldo.”
Pierre sapeva che da circa un mese a questa parte Flora dormiva sotto il porticato della Cinémathèque.
Non aveva una casa, né una famiglia. Era una clochard, nonostante non ne avesse le sembianze. La sua capigliatura risultava impeccabile e profumava di antico.
Le temperature, quella notte, stavano calando drasticamente.
“Flora, se una di queste sere le andasse di venire a cena da me e Ondine e volesse poi fermarsi a dormire da noi, la camera dei bambini ha un letto in più. Certo la nostra casa è un umile nido, ma molto accogliente e pieno di risate, se volesse provare qualcosa di diverso rispetto ad una fredda camera d’hotel.
“La ringrazio Pierre, la sua galanteria mi fa venire la nausea, ma lo terrò a mente, se una sera dovessi scocciarmi di tutto quello sfarzo.” Una volta pronunciate quelle parole Flora uscì.

“Mi serve solo una penna, una fottuta penna. Eppure, eppure, eppure. Ce l’avevo, ma dov’è finita? Mi serve una penna, dannazione. Sembra un’impresa folle. Merde!” sussurrava tra sé e sé la donna, mentre si agitava con un’allure rocambolesca alla ricerca dell’oggetto agognato.
“Desidera una penna?” chiese un ragazzo che le camminava dietro da una manciata di secondi.
“Sì, desidero proprio una penna, ma non la prenderò da lei.”
“E come mai?”
“Lei ha tutto fuorché una faccia rassicurante.”
“Mi scuso per la mia faccia, non l’ho potuta scegliere. Ma accetti la penna, mi sembra proprio che le serva.”
“Lei è giovane e antipatico, non accetterò la sua penna.”
“Posso fargliela vedere almeno? Trovo che sia la penna più charmante che abbia mai visto. E mi piacerebbe anche sapere il suo nome, il mio è François. Non sono giovane, sono un uomo. E lei non mi sembra esattamente una vieille decrepita.”
Flora lo guardò meglio.
Aveva dei giganteschi occhi blu che le sembrarono la bilancia del mondo e per un attimo le girò la testa.
Volle dare la colpa all’eccesso di whiskey, ma era fin troppo arguta per credere alle sue stesse fandonie.
“Senta è tardi, io devo finire questa poesia e non ho tempo da perdere, al contrario di lei, che sicuramente sarà diretto al Moulin Rouge per lo spettacolo di cancan di quelle signorine con poca stoffa addosso.”
“Guardi lei ha veramente poca intuizione nel comprendere l’animo degli sconosciuti, se lo faccia dire. Io sto andando a casa mia, che è qua dietro, perché devo finire la sceneggiatura del mio primo film. E sono disperato, onestamente. Mi trova proprio nel bel mezzo di una crisi esistenziale.
Non riesco a scrivere l’ultima scena e dopo aver riletto l’incipit a degli amici questo pomeriggio, mi sono reso conto di aver scritto un’immensa quantità di spazzatura. E Georges, la mia spalla, ha pensato bene di partire per Tahiti con la sua nuova conquista invece di finire la sceneggiatura che avevamo iniziato a quattro mani. Dannazione, son nella merda. Chiedo perdono per lo sfogo.”
Flora trovò una specie di conforto nel constatare che quel giovane fosse nella merda come lei.
“Quindi anche lei scrive. Sta tutta qua l’origine di ogni male. Nella scrittura. Arde e spegne. È fuoco e cenere. Ti scaraventa in altri mondi, senza che uno l’abbia chiesto, senza che uno abbia acconsentito.
Io non ho firmato nessun foglio, eppure eccomi qua. Condannata a fare la poetessa senza avere un tetto sopra di me. Non ho famiglia, solo il whiskey mi strizza l’occhio. Ma se dovessi scambiare la mia vita con quella di chiunque non abbia una penna a portata di mano, beh no, non la scambierei.
Senza poesia, né film, non mi sentirei in questo girotondo sensuale e senza senso, di cui voglio fare parte, puntando pure i piedi. E se il prezzo dovesse essere la solitudine, pago pegno e vado avanti.”
François restò come sospeso in uno spazio-tempo senza connotati. Era affascinato da quelle parole dure, che portavano il peso della verità e della follia probabilmente, ma che lui stesso poteva certamente, dal canto suo, condividere.
Flora era una donna bella, con il viso malinconico ma pur sempre incantevole, e chissà come poteva essere il suo sorriso…
“Per caso, le andrebbe un thé al mandarino? Glielo chiedo perché avrei delle domande da porle riguardo alla scrittura. Forse potrebbe leggere i dialoghi della mia ultima scena e darmi il suo parere. So che sono uno sconosciuto in mezzo alle notte, nelle vie di Montmartre, ma abito letteralmente dietro a questa via e condivido l’appartamento con due signorine. La prego, venga per una mezz’ora. Non le rubo altro tempo. E ovviamente avrebbe accesso alla mia collezione di penne e potrebbe, forse, finire la sua poesia, qualora fosse ispirata.
Flora approfittò di qualche secondo di silenzio per riflettere su quella bizzarra offerta.
Non poteva accettare. No, no, no.
“Desolata, non posso. Il Concierge del mio hotel mi aspetta, non posso rientrare dopo mezzanotte. E poi è l’ultima notte dell’anno, sono sicura che lei ha un ampio e variegato programma di festeggiamenti con le sue coinquiline.”
“Perfetto, se il suo coprifuoco è a mezzanotte, adesso sono quasi le 11, potrà venire una mezz’ora e poi correre al suo hotel.”
Flora aveva visto male le lancette sull’orologio dello sconosciuto e aveva commesso un errore poiché pensava che fossero le 11 e 30.
“D’accordo, ma solo per 29 minuti, lei ha l’aria di essere seduttore compulsivo non appena cala la sera, mi scuserà la franchezza con cui parlo. Altro difetto di chi scrive.”
“Lei ha l’aria di essere un essere umano che ha bisogno di essere visto. E si dà il caso che io l’abbia vista. Nel senso più nobile che ci possa essere. Oltre tutto abbiamo del lavoro da fare. Presto, da questa parte.”
Arrivarono alla fine de Rue de l’Espoir e François condusse Flora all’ultimo piano di una palazzina bianca con dei roseti nel cortile.
La mansarda era calda e piena di mensole colorate con libri e fiori secchi. I tappeti erano rigorosamente giapponesi e tutti i quadri appesi, che ricordavano lo stile di Renoir, erano stati dipinti da una delle coinquiline di François.
Flora rimase senza parole per quel bel posto. Le ricordava un luogo calmo, qualcosa di lontano dalla vita che conduceva in quel momento.
Un lampo di sconsolatezza attraversò i suoi occhi.

“Sa cosa penso del dolore? chiese François che sembrava leggerle dentro.
“Il dolore lo si attraversa, ma sempre tenendo a fuoco un barlume di luce, seppure fievole, che schiarisce e piano piano si rivela con la sua aurea sbalorditiva.
Posso sapere il suo nome adesso?”

“Mi chiamano Flora” si arrese mentre rifletteva sul concetto di dolore.

“Dunque Flora, si accomodi alla mia scrivania, il posto d’onore della casa. E scelga pure la penna che più l’aggrada, compresa questa, ecco.” Sfilò dalla tasca una penna color prugna con degli intarsi etnici e la porse alla donna.
Flora non se lo fece ripetere due volte. Iniziò a scrivere come un fiume in piena. La penna danzava tra le sue dita e non si rese conto del passare del tempo.
François, dal canto suo, vedendo quella donna talmente immersa e coinvolta dal suo lavoro, ebbe un’idea per una tecnica di ripresa da usare nel suo film.
Si accomodò a terra, sul tappeto nipponico, accese dell’incenso e si lasciò trasportare dall’intuizione nata grazie all’inaspettato incontro di quella notte.
Flora improvvisamente perse l’ispirazione. Le stavano per scendere delle lacrime. L’effetto dell’alcool iniziava a svanire.
“Flora, venga sul tappeto giapponese, da qui si lavora meglio.”

Si fece scivolare giù dalla sedia, atterrita dal quel cambio repentino nel suo tessuto creativo.
Non sapeva più cosa scrivere.
“Mi sembra di notare che lei abbia perso il momento frizzante, ma tornerà. Succede sempre anche a me. Nel frattempo, mi permetto di chiederle un consiglio su questa parte della sceneggiatura. Le raccontò tutto il film, l’idea era quella di dar vita ad un’opera meta-cinematografica.
Passò i fogli alla donna, che in un battibaleno lesse quell’ultima scena.
“Questo personaggio, Sevérine, che evoluzione potrebbe avere? E poi, secondo lei deve stare con Alexandre, oppure no? Mi piacerebbe qualcosa di romantico, lei che dice?” chiese l’uomo.
“Io veramente punterei su un finale drammatico. Sevérine, a seguito delle amare vicissitudini con Alexandre, potrebbe scrivere un biglietto d’addio e buttarsi, con un tuffo di testa all’indietro, nella Senna. Alexandre, accortosi dell’errore e di aver fatto rimanere male quella che poteva essere la donna della sua vita, si presenterà a casa di Sevérine. Troppo tardi.”
“Ma questo è geniale Flora. Non ci avevo pensato, così gli spettatori resteranno completamente scioccati. Nessuno si aspetterebbe un finale tanto drammatico. Lei mi ha salvato Flora.”
“Devo ammettere che io invece trovo geniale quello che mi ha raccontato in merito alla tecnica di ripresa che vuole usare per far sembrare serali o notturne delle scene esterne girate di giorno.
“Grazie, spero che funzionerà questo effetto notte, che si ottiene soprattutto con la sottoesposizione della pellicola.
“Mi sento che funzionerà!” Flora era in vena di sincerità e preveggenza.
Si guardarono a lungo prima di convogliare in un abbraccio interminabile che per entrambi aveva un sapore ancestrale.
Era un sapore strano.
Quasi come se si fossero appartenuti in un’altra vita.

31 Dicembre 1800, Montmartre

François correva troppo veloce. Ma non poteva fare altrimenti. Se chiudeva il convento, avrebbe dormito fuori, di nuovo, sulla panchina del parco.
I gradi non erano dalla sua parte. Nemmeno la fortuna. O forse quella sì.
All’improvviso inciampò su una penna stilografica e cadde su un vetro di una bottiglia che gli trafisse la gamba destra. Non riusciva più ad alzarsi.
Una giovane ragazza apparse dal niente.
“Monsieur, prenda il mio braccio. Mi chiamo Flora, l’aiuto io.”

“Quand le soleil se couchera,
et qu’il n’y aura plus de lumière, ni de bleu,
mais seulement des ombres et de la perdition,
de la confusion et du regret, mes yeux disparaîtront
en faisant du bruit et, en nous retournant, nous découvrirons
le visage amer et envahissant de nous être finalement perdus.”

Foto di copertina scattata dalla fotografa Mia Battaglia alla casa di cari amici. La casa più bella che abbia mai visto.

4 commenti su “Effetto cinema

  1. Avatar di Sconosciuto

    Poesia e cinema non sono salvezze, ma necessità inevitabili che non proteggono, non consolano ma espongono…non fanno da scudo contro il dolore, la solitudine ..al contrario, costringono a sentirli fino in fondo, rendono più vulnerabili più nudi e intensamente più vivi.
    Ti tengono in piedi, ma senza ombrello, sotto la pioggia.

    mentre qualcosa finisce ..qualcos’altro inizia.

    Brava, davvero.

    A chi resta in piedi sotto la pioggia, con una penna in mano.

    ♥️

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  2. Avatar di Sconosciuto

    Come sempre, deliziosa!

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