Estefania, Antonello e Artemide si erano assai stufati delle punizioni inflitte dalle rispettive famiglie.
Ogni occasione era buona per raccattare ramanzine, a parer loro, gratuite e fuori luogo.
“Quest’abitudine oltraggiosa deve finire, perbacco!” esclamò Antonello. Essere il maschio della triade dei sovversivi gli dava sempre l’energica spinta per principiare qualsiasi loro piano d’azione.
In ogni caso i tre ragazzini erano tutti d’accordo sul fatto che i genitori stessero proprio esagerando in quel periodo.
“Quanto dev’essere brutto essere adulti e accanirsi con delle povere creature innocenti che tutto sommato non fanno niente di male a nessuno” proseguì Estefania.
“Anche perché, amici miei, parliamoci chiaro: se facciamo un bilancio di questo mese, cosa emerge?
I nostri servizi alla comunità dei vicini sono stati pochi e di esigua gravità.
Che sarà stato mai aver liberato la carpa gialla degli antipatici dell’ultimo piano? Sicuramente la poverina sarà più contenta adesso con gli altri pesci nello stagno comunale!
Oppure aver bruciato le migliori camicie del sindaco del paese, aver messo nella cassetta della posta le prove del tradimento del caro Sig. Amordoro nei confronti della moglie o aver infilato l’unicorno, simbolo della nostra triade, nel tubo di scappamento della vecchia cinquecento della Sig.ra Odoracre?
Rispetto anche a quanto abbiamo fatto l’anno scorso, quest’anno siamo senza colpe!
Ci meritiamo di passare un Natale pieno di regali e ossequi da parte dei nostri vecchi rimbambiti, alias gli A.O, adulti odiosi.”
“Per non menzionare il fatto che ci è stato proibito di vederci fino alla Befana. Tutto ciò è ridicolo. Cosa proponete?” riprese Antonello.
Dopo cinque ore di consultazioni i tre amici, nonché vicini di casa, erano arrivati ad una conclusione.
Occorreva un luogo segreto in cui incontrarsi senza problemi, fingendo di essere al doposcuola o casa di amici considerati più ligi alle regole.
Artemide aveva la soluzione, si ricordava infatti di aver letto in un vecchio libro polveroso e pieno di muffe varie, che la residenza storica divisa in case in cui abitava la sua famiglia, quella degli amici ed i vicini insopportabili, avesse una sorta di cantina nascosta. Il libro lo aveva trovato all’interno della libreria che faceva parte della casa comprata dai genitori tredici anni prima e doveva appartenere al 1400 a giudicare dai volumi rimasti tra gli scaffali densi di ragnatele.
La Villa era stata un’antica residenza di campagna della potente famiglia fiorentina degli Albizi.
Nel libro doveva esserci sicuramente una mappa.
L’enorme casa aveva un giardino composto da due boschi, tantissimi alberi, un chiosco ed una maestosa fontana, tutto elegantemente dispersivo e misterioso. Non poteva mancare una cantina in mezzo a cotanta meraviglia.
L’impresa non sarebbe stata facile, ma niente spaventava la mente di una ragazzina piena di fantasia e coraggio.
Detto fatto la mattina del 24 Dicembre Artemide confermò agli amici che aveva trovato la vecchia cantina della Villa. Il loro appuntamento senza gli A.O. sarebbe stato per la sera stessa, nonché la Vigilia di Natale a mezzanotte e cinque minuti quando i genitori, troppo stanchi per il lavoro, sarebbero inevitabilmente crollati in un sonno profondo.
Sgattaiolare tra i meandri delle siepi non sarebbe stato un problema.
Le tenebre calarono, il freddo si acuì e il silenzio diventò vagamente assordante.
Il momento era buono, Estefania e Antonello seguirono le indicazioni di Artemide e si ritrovarono senza ostacoli di fronte all’ingresso della cantina.
“Ehm, dico, entriamo? Sei sicura Artemide? Cosa diceva il libro degli Albizi? Cos’è successo in questo luogo? Perchè nessuno lo conosce? Mica ci porti tra i pericoli?” disse Antonello con la voce tremante.
“Amici, innanzitutto, Buon Natale! Anche quest’anno abbiamo fregato gli A.O. Tranquilli qua siete al sicuro, almeno spero. Intanto staremo insieme e potró raccontarvi una storia. Dovete sapere che all’interno del grande libro sugli Albizi ho trovato delle pagine strappate, nascoste dietro la copertina, che dovevano appartenere ad un vecchio diario.”
Estefania era fiera di avere due amici così stravaganti e fuori dalle righe.
Non vedeva l’ora di ascoltare la storia trovata da Artemide quando all’improvviso la sua attenzione si era soffermata su un dettaglio della parete davanti a lei. La cantina sembrava un passaggio segreto e lunghissimo, chissà dove conduceva. Si fece luce con la piccola torcia che aveva con sé. La parete aveva una scritta incisa che doveva essere lì da tanto tempo.
“Guadate lì!” urlò agli altri.
Artemide e Antonello puntarono le loro torce sull’angolo indicato.
“Che il ricordo di questo amore possa non dissolversi mai.
Berenice S. e Rinaldo D.A.”
“Perdindirindina, cosa vuol dire? Chi sono Berenice e Rinaldo?”
Antonello voleva delle risposte.
Artemide sorrise perché sperava con tutto il suo cuore di trovare una traccia legata alla storia.
Lastra a Signa, 24 Dicembre 1401
“Scappa Berenice! Il Marchese sta arrivando” ordinò in tono preoccupato donna Rosa alla giovane guardiana dei limoni.
Maso degli Albizi era noto per il suo temperamento scorbutico e solitario; non amava la compagnia dei suoi familiari, non c’era quindi da stupirsi se detestava anche la servitù. Gli davano fastidio le mosse goffe della figlia del fattore Scalzi, che si occupava a tempo pieno delle centinaia di piante di limone della Villa.
Il Marchese aveva diversi vizi, l’unico salutare dei quali era l’ossessione per le limonate. Pensava che fossero una sorta di elisir di immortalità e che potessero avere appunto il potere di renderlo più giovane e gagliardo nonostante i suoi ottantotto anni.
Per questo motivo aveva disposto una stanza enorme fuori dalla Villa principale di circa 180 metri in cui aveva riposto gli innumerevoli limoni e due brandine per il fattore Giangiorgio Scalzi e la figlia Berenice.
A loro era severamente proibito l’accesso alla Villa. Non voleva contaminazioni tra la sua famiglia e i poveri. In casa aveva mantenuto solo due camerieri e una lavandaia con i quali ovviamente non scambiava nemmeno due parole.
Berenice quella mattina si era messa a lavorare di buona lena. Come d’abitudine aveva passato l’unguento antiparassitario, aveva concimato, dato acqua, e lucidato le foglie a tutti i limoni.
Era arrivato il momento del suo passatempo preferito, svignarsela attraverso la cantina che congiungeva la limonaia al retro della grande Villa.
Da lì poteva entrare nell’immensa biblioteca del Marchese e prendere in prestito dei libri.
Nessuno conosceva quella cantina perché era stata costruita un centinaio di anni prima dalla servitù per poter nascondere delle riserve di cibo e talvolta dei rifugiati.
La porta era stata coperta da una foltissima edera che impediva la vista della porta stessa e della sua serratura. Dall’altro lato si trovava lo stesso scenario. Inoltre per aprirla occorreva una chiave grande quanto un atlante che era in possesso del fattore Giangiorgio da generazioni.
Donna Rosa, la lavandaia, aveva avvertito Berenice dell’arrivo del Marchese e di suo figlio Rinaldo e la giovane si era nascosta dentro un armadio della biblioteca.
“Basta lamentele Rinaldo! È deciso, sposerai Alessandra de’ Ricco, nobildonna fiorentina, proveniente da una casata potente e in vista.
Ho invitato lei e la sua famiglia stasera alla grande cena della Vigilia di Natale, non accetto obiezioni e non farmi sfigurare.”
Rinaldo si congedò e andò in biblioteca a rifugiarsi tra le parole dei suoi scrittori francesi preferiti. Odiava il padre che lo voleva costringere a sposare una sconosciuta e gli negava quindi la possibilità di scoprire cosa fosse l’amore.
Fece per tirare fuori un libro di poesie alla ricerca di un po’ di sollievo letterario e sentì come una risata soffocata. Aprì di colpo l’armadio delle spade del padre e la scena che gli si presentò di fronte agli occhi lo fece quasi cadere a terra.
Una ragazza alta, dai lunghi capelli biondi e ondulati lo fissava con sguardo deciso impugnando la spada più grande della loro collezione.
“Dì una parola a voce alta e giuro che sarà la tua ultima” sussurrò Berenice.
Rinaldo scoppiò a ridere, la ragazza era talmente bella e leggiadra nella sua semplicità che non poteva essere una potenziale assassina.
“Cosa ci fai qua? E soprattutto chi sei?”
“Mi chiamo Berenice e sono la guardiana dei limoni, abito con mio padre, il fattore Giangiorgio. Non sono una ladra, sono una ragazza onesta, solo che non posso permettermi di comprare nessun libro e quando ho scoperto questa meraviglia ho pensato di poter prendere in prestito qualche tomo e riportarlo appena letto. Se voi mi vorrete mandare via e denunciare, vi capirò, ma per favore non fate niente a mio padre. È il miglior fattore che possiate trovare ed è una persona buonissima.”
La ragazza abbassò l’arma ed era pronta a scappare ma Rinaldo l’agguantò per un braccio e la fermò.
Si scambiarono uno sguardo velocissimo e pieno di compassione l’uno per l’altro.
Berenice lo compativa perché dai racconti di Donna Rosa sapeva che non poteva scegliere il suo destino, Rinaldo compativa lei perché aveva capito la condizione di estrema povertà da cui proveniva.
I loro occhi furono d’improvviso complici e Rinaldo rimase molto colpito dal coraggio della ragazza e dalla sua passione per la letteratura e la poesia. Decise di farle vedere tutti i suoi libri preferiti e le offrì un tè alla menta proveniente da terre lontanissime.
I due ragazzi passarono insieme il pomeriggio chiacchierando e conoscendosi fino a quando lui si accorse che era quasi l’ora di cena, quella maledetta cena di Vigilia.
“Promettimi che ti rivedrò a mezzanotte in cantina!” sussurrò Rinaldo.
“Come fai a sapere dell’esistenza della cantina? chiese sorpresa Berenice.
“Aspettami là e ti risponderò.”

Berenice non riuscì a mangiare niente, era troppo agitata per l’incontro avvenuto e moriva dalla curiosità di sapere come un nobile potesse essere a conoscenza dell’unico luogo della Villa che nessuno della grande famiglia degli Albizi aveva mai visto.
Rinaldo passò una Vigilia di Natale all’insegna della noia più spietata.
La sua promessa sposa era la cosa più lontana da lui che potesse mai immaginare. Non l’avrebbe mai voluta sposare. Aveva parlato ininterrottamente tutta la sera delle sue ricchezze e di quanto fosse brava ad andare a cavallo, a lezione di spagnolo e con il ricamo.
Rinaldo non ne poteva più. Per far sì che la cena durasse il meno possibile si mostrò accondiscendente e contento dell’incontro che il padre gli aveva organizzato. Pensò che fosse l’unico modo per andare a letto presto e poi scappare verso il suo appuntamento.
Allo scoccare della Mezzanotte Berenice era già all’interno della cantina con una candela dalla fiamma debole ed una torta al limone che aveva preparato per Rinaldo.
“Eccomi, ce l’ho fatta!” esclamò Rinaldo, felice nel vedere che Berenice fosse già lì ad aspettarlo.
La ragazza era entusiasta di aver incontrato un coetaneo in grado di apprezzare la letteratura come lei e con il quale poter parlare dei suoi sogni e delle piccole vicissitudini quotidiane.
Rinaldo dal canto suo non riusciva a smettere di stupirsi quando Berenice parlava. Era come incantato dalla sua timidezza mista ad eleganza.
Ad un tratto la luce della candela si affievolì fino a spegnersi e Rinaldo colse quel momento di silenzio e buio per strappare un bacio alla ragazza che sapeva di fiori di limone e paura.
Le ore passarono e sembravano giorni, mesi, se non anni, per i due giovani che discorrevano con una tale naturalezza che parevano conoscersi da tutta la vita. Rinaldo confessò a Berenice di averla vista un giorno mente trasportava la legna insieme a suo padre e che li aveva seguiti scoprendo quindi l’esistenza della cantina. Da quel momento aveva sempre sperato di incontrarla anche se sapeva che sarebbe stato quasi impossibile.
Ma quel giorno il destino aveva giocato un dado a suo favore.
“Berenice io credo che di fronte a noi ci siano due possibilità.
Uscire insieme dalla porta principale vicino alla Villa e dichiarare tutto a mio padre sperando che ci faccia stare insieme oppure tu andrai via dal lato vicino alla limonaia e io dalla parte opposta e faremo come se non ci fossimo mai incontrati.”
Artemide si fece tutta seria e smise di parlare. Il racconto era terminato.
“Allora come va a finire la storia? Diccelo, non puoi lasciarci così. Ma poi, è accaduta davvero questa storia? Antonello esigeva delle risposte certe da parte dell’amica.
“Se esiste un passaggio segreto, esistono altre storie rispetto a quella ufficiale. A quella che troviamo nei libri di storia.
E quindi questa storia esiste. Eccome se esiste.
Per il finale non devi fare altro che attingere alla tua immaginazione.”

“Se esiste un passaggio segreto, esistono altre storie rispetto a quella ufficiale”, scrive Atena Forconi. E conferma quanto ebbe a scrivere Italo Calvino, quando giunse ad asserire che le fiabe sono vere. E sono vere perché costituiscono, prese tutte insieme, nel loro sempre ripetuto e sempre variato caleidoscopio delle vicende umane, una spiegazione generale della vita. Raccontare è infatti ciò che ci rende umani: i nostri ricordi, le nostre esperienze, i momenti felici e quelli difficili, i nostri sogni prendono forma attraverso la musica, la pittura, la danza, le fiabe. A volte ci raccontiamo attraverso le storie di altri, che ci affascinano e ci rassicurano, che ci guidano e ci aiutano a capire, che ci interrogano e in parte ci rispondono. In questo senso, si può dire così: che ogni vero apprendimento (e questa è una delle funzioni, quella esiodea, del narrare, anche se non l’unica) è un apprendimento di sé attraverso lo sguardo degli altri. Insomma, le fiabe, come questa che ci porge Atena (“nomen omen”!), sono sogni fatti in presenza della ragione: sogni che ci conducono su sentieri ignoti verso la nostra patria ideale, che non sempre – anzi, raramente – coincide con quella reale. Così, leggiamo col fiato sospeso un passo divinamente semplice di questa narrazione, che ci restituisce attraverso le parole più comuni il calore della vita e le emozioni del cuore: “Ad un tratto la luce della candela si affievolì fino a spegnersi e Rinaldo colse quel momento di silenzio e buio per strappare un bacio alla ragazza che sapeva di fiori di limone e paura.” Grazie, Atena.
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Che belle parole Eros, ti ringrazio enormemente per il tempo che hai voluto dedicare alla lettura del mio racconto e per il commento preciso e sentito.
Grazie di cuore.
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