Fiora

Attraversando l’Armenia con Fiora

Mia madre Fiora ha presentato questo testo durante la sua conferenza sull’Armenia alla Libera Università Di Promozione Culturale di Prato. Il viaggio e la storia di questo paese l’hanno appassionata talmente tanto che ha lavorato a questo scritto per circa sei mesi.
Tutte le foto dell’articolo sono state scattate da mia mamma.

“Benvenuti a tutti. Vorrei dire due parole sul mio interesse per l’Armenia e gli Armeni. Chi era presente alla mia chiacchierata sul genocidio degli Armeni forse ricorderà come tutto sia nato per puro caso. Esattamente quattro anni (nel 2011 ndr ) fa al momento di andare in pensione decisi di regalarmi un viaggio. Andando in agenzia vidi un depliant su un viaggio organizzato in Armenia e decisi così di parteciparvi. All’epoca sapevo ben poco dell’Armenia e degli Armeni ma da allora, in conseguenza del viaggio mi sono appassionata e documentata. Io stessa mi sono chiesta che cosa mi abbia spinto a tutto ciò. Indubbiamente come turista sono rimasta affascinata dalla loro ospitalità scevra di servilismo e dal loro senso di appartenenza privo di arroganza. Forse però la cosa che mi ha colpito più di tutto è stata la loro capacità di rinascita sia dal genocidio, che dai 70 anni di appartenenza all’Unione Sovietica, probabilmente grazie alla comune radice cristiana. A questo proposito vorrei leggervi un brano dello scrittore californiano di origine armena William Saroyàn (1908-1981) i cui riferimenti al vangelo non sono neanche tanto velati. “Avanti distruggete l’Armenia. Vediamo se ci riuscirete. Mandateli nel deserto senza pane o acqua. Distruggete le loro case e chiese. Poi vedrete se non rideranno, canteranno e pregheranno ancora. Perché quando due o tre di loro si incontreranno da qualche parte nel mondo, vedrete se non creeranno una Nuova Armenia”.
E dopo questo necessario preambolo vorrei farvi ascoltare un piccolo brano suonato con uno strumento tradizionale armeno: il Duduk (vedi scheda-brano n°6 della colonna sonora del Gladiatore 3.16)
Dire Armenia (che fra l’altro in armeno si dice HAYASTAN dal nome del mitico eroe HAYK diretto discendente di Noè e che si dice fondasse la nazione armena) è come dire ARARAT. Monte biblico sul quale si posò l’arca di Noè, adesso incorporato nel territorio turco che domina Yerevan, la capitale armena e tutta la sua piana.

Esso rappresenta per il popolo armeno un luogo sacro e simbolo stesso dell’identità nazionale. Sin dal passato diversi viaggiatori, tra i quali Marco Polo, hanno sostenuto che l’arca si trovasse sul monte Ararat. A partire dal 19° secolo sono state fatte diverse spedizioni alla ricerca dei suoi resti che sembra siano stati identificati ad oltre 4000 metri.

GEOGRAFIA

Geograficamente parlando l’Armenia si trova nella Transcaucasica, una regione montuosa situata tra il mar Nero e il mar Caspio al crocevia tra ASIA, MEDIO ORIENTE ed EUROPA sull’antica via della seta. Circa la metà della superficie si trova ad un’altitudine di almeno m 2000s.l.m (foto 69-70-72-73-86-87). La stessa capitale Yerevan, che si trova ai piedi dell’Ararat si estende su un altipiano a circa m 900 s.l.m. Curiosamente in inverno quando nevica a Yerevan, data la sua posizione, la neve non si attacca. L’Armenia è un paese ricco d’acqua tanto è vero che le strade di Yerevan vengono accuratamente lavate. Caratteristici sono i giochi d’acqua e luci che vengono fatti alla sera nelle fontane davanti al parlamento ad Yerevan.

LO STATO

La repubblica d’Armenia è tornata indipendente nel 1991 dopo aver fatto parte dell’Unione Sovietica per circa 70 anni; è una repubblica parlamentare di tipo presidenziale che fa parte di numerosi organismi internazionali, ha aderito al consiglio d’ Europa nel 2000 e dal 2005 è inclusa nella politica europea di vicinato. Il paese è poco più grande della Sicilia ed è circa un decimo dell’Armenia storica. Ha circa 3,250,000 abitanti. Ci sono poi circa 7,000,000 di Armeni sparsi per il mondo a causa delle persecuzioni che culminarono col genocidio del 1915-17. L’Armenia confina a nord con la Georgia ad est con l’Azerbaigian, a ovest con la Turchia, a sud con l’Iran e con l’enclave azera del Nachicevan. Come si può notare, fatta eccezione per la Georgia tutti gli altri sono paesi musulmani.

CRISTIANESIMO COME IDENTITA NAZIONALE

Nel corso di 2000 anni di storia gli armeni sono sopravvissuti ad innumerevoli tentativi di conquista, assimilazione, conversione ed annientamento. La sopravvivenza etnica e culturale del popolo armeno deve molto al suo forte senso di identità nazionale fondato sulla fede cristiana e sulla millenaria cultura in una lingua propria che si sviluppò in seguito all’invenzione dell’alfabeto nel 404 d.C. L’Armenia è stata la prima nazione al mondo a proclamare il Cristianesimo religione di stato, nel 301 d. C. sotto il re Tiridate 3°. Infatti l’editto di Costantino che ammetteva il culto cristiano nell’impero romano è del 313, e l’editto di Tessalonica che dichiarava il Cristianesimo l’unica religione ufficiale dell’impero romano è del 380d. C. Questo è il motivo per cui mi soffermerò un po’ sulla chiesa armena sia su quella apostolica che riguarda la maggioranza degli armeni, sia su quella cattolica che rappresenta il 5% della popolazione. Non si può infatti prescindere dalla cristianità e dalla chiesa per cercare di comprendere questo popolo, la sua storia, le sue tradizioni, la sua lingua, architettura, la musica, il canto, la letteratura ecc.

CHIESA ARMENA APOSTOLICA e CHIESA ARMENA CATTOLICA

Di come il Cristianesimo arrivasse in Armenia non è ancora completamente chiarito. La chiesa apostolica armena è una delle antiche chiese delle origini e si definisce apostolica perché fondata sugli insegnamenti degli apostoli Taddeo e Bartolomeo che giunsero in Armenia dalla Turchia tra il primo ed il secondo secolo. Successivamente l’evangelizzazione proseguì ad opera di san Gregorio l’illuminatore o san Gregorio armeno che arrivò in Armenia da Cesarea in Cappadocia alla fine del 3° secolo.

SAN GREGORIO ARMENO

A proposito di san Gregorio narra un certo Agatangelo (4° secolo )nella sua storia che la conversione al Cristianesimo ebbe origine nel sito di KHOR VIRAP ai piedi del biblico Ararat dove Tiridate 3° fece gettare san Gregorio in un pozzo profondo infestato da serpenti e dal quale nessuno era mai uscito vivo, per punirlo della sua fervente fede cristiana. Gregorio sopravvisse per anni nutrito segretamente da una vedova. Nel frattempo il re cercò di concupire HRIPSIME, una monaca di nobili origini e di grande bellezza che era fuggita da Roma con altre consorelle per sfuggire alle brame dell’imperatore Diocleziano.  Poiché HRIPSIME non cedette il re le fece torturare ed uccidere tutte quante. In seguito a ciò il re fu trasformato in cinghiale e non riacquistò sembianze umane finché non liberò Gregorio. Secondo un’altra tradizione il re fu colpito da una misteriosa forma di pazzia dalla quale lo liberò Gregorio per intercessione della sorella del re. In seguito a ciò Tiridate si convertì al Cristianesimo e lo dichiarò religione di stato e Gregorio diventò il primo Catholicòs e la santa sede fu stabilita nell’attuale Etchmiadzin nel 303.
Nel paese giunsero dunque le due principali tradizioni del Cristianesimo orientale; quella greca con Gregorio e quella siriaca con Taddeo e Bartolomeo e a seconda delle diverse zone di diffusione, la bibbia era letta in greco o in siriaco dai predicatori che poi la traducevano e commentavano oralmente in armeno.

ALFABETO

Pensate quindi alla grande rivoluzione avvenuta ad opera dell’ecclesiastico MESROP MASHTOTS quando nel 404 inventò l’alfabeto armeno, contribuendo così in modo sostanziale al rafforzamento dell’identità nazionale. Già nel 414 la bibbia era stata tradotta per intero. Sorsero così scuole per l’insegnamento della lingua scritta e si formarono predicatori, copisti, miniaturisti soprattutto nei monasteri che assunsero il ruolo di vere e proprie università e di centri di erudizione oltre che di produzione letteraria e scientifica, nonché luoghi di difesa e centri politici mentre l’Armenia passava di mano in mano straniera. A ricordo dell’invenzione dell’alfabeto è stato eretto un monumento a MESROP MASHTOTS ad Yerevan davanti al Matenadaran, la biblioteca dei manoscritti.

Ad ARTASHAVAN non lontano da Yerevan c’è una specie di museo all’aperto dove sono state scolpite nella pietra enormi lettere dell’alfabeto armeno che è composto da 36 lettere più 2 aggiunte più recentemente per riprodurre suoni stranieri.


Ritornando dopo questa divagazione, alla storia della chiesa apostolica armena, sappiamo che partecipò ai primi tre concili ma non al quarto quello di CALCEDONIA del 451 in quanto la nazione era impegnata nella guerra contro la Persia che voleva imporre la religione mazdeista. Famosa fu l’incitazione di un generale che prima della battaglia decisiva disse: ”Chi credeva che il Cristianesimo fosse per noi come un abito, ora saprà che non potrà togliercelo, come il colore della nostra pelle” Ovviamente la chiesa armena non si adeguò sulle due nature di Cristo, quella divina e quella umana, stabilite appunto in quel concilio. In seguito a ciò fu erroneamente considerata “monofisita”, recentemente queste posizioni sono state riviste e viene definita pre-calcedonita. Ultimamente c’è stato un notevole riavvicinamento quando Giovanni Paolo 2° in occasione del 1700esimo anniversario della conversione al cristianesimo, si è recato in Armenia restituendo alcune reliquie di san Gregorio custodite a Napoli e presiedendo una liturgia con il Catholicòs Karekin 2° nella nuova cattedrale di San Gregorio l’illuminatore a Yerevan.
Esiste una comunità cattolica in Armenia che costituisce solo il 5% della popolazione ma che sommata a quella della diaspora raggiunge il mezzo milione. Non ci sono differenze sostanziali nel rito, nella lingua e nella liturgia rispetto alla chiesa apostolica armena. La differenza va ricercata nelle complesse controversie cristologiche relative alle tradizioni calcedonesi. Va inoltre ricordato che c’era all’epoca del concilio di Calcedonia il timore da parte degli armeni di una eccessiva assimilazione alla chiesa di Roma ed al papato per cui si preferì, tutto sommato distinguersi dalla chiesa cattolica. La quale per altro ha avuto un ruolo importantissimo nel così detto rinascimento armeno ad opera del monaco MECHITAR.

ORDINE MECHITARISTA e SAN LAZZARO DEGLI ARMENI A VENEZIA

Il fondatore dell’ordine fu un certo Petros Manuk che nacque a Sebaste in Anatolia nel 1676 diventò monaco col nome di Mechitar ovvero ”Consolatore”. Poiché non sopportava la divisione tra la chiesa Apostolica Armena e quella cattolica, cercò per tutta la vita e con tutti i mezzi di favorire il rientro nella chiesa cattolica dei credenti armeni. Dopo essere stato ordinato sacerdote nel 1696 andò a Roma e successivamente a Costantinopoli dove nel 1700 con una decina di discepoli iniziò una vita comunitaria dedita alla predicazione e alla pubblicazione di scritti. Malvisti dai mussulmani si spostarono a Modone in Morea (attuale Methoni nel Peloponneso) a quel tempo sotto il controllo della Serenissima. Nel 1705 fu presentata al papa Clemente XI la domanda d’approvazione dell’ordine. La domanda fu accettata a patto che ci fosse l’adesione ad una regola monastica già esistente e Mechitar scelse la regola di San Benedetto. Oltre ai voti di castità, povertà e obbedienza, inserì l’apostolato e l’obbligo per i suoi membri di essere armeni almeno da parte di uno dei genitori. A Modone conobbe eminenti veneziani, fra i quali anche il doge e quando cominciarono a soffiare venti di guerra si spostò a Venezia insieme a i suoi confratelli (1715)Successivamente venne loro data l’isola di San Lazzaro, che era servita da lazzaretto per centinaia di anni, dove la comunità ha tuttora la sua sede. Mechitar è ancora oggi considerato il fautore del rinascimento armeno e soprattutto della letteratura armena in lingua classica. Curò infatti un’edizione della bibbia nel 1735 e compilò un dizionario armeno. Incoraggiò la traduzione di autori armeni nelle principali lingue europee e degli autori europei in armeno. Il complesso è tuttora centro di diffusione della lingua e della cultura armena, oltre che centro di spiritualità. Lord Byron nell’ottocento vi studiò l’armeno per 2 anni. A San Lazzaro degli Armeni è anche custodita una raccolta di manoscritti, seconda solo al Matenadaràn di Yerevàn. Recentemente durante una visita all’isola di San Lazzaro mi è stato detto dalla persona che ci accompagnava in visita che gli attuali abitanti della Toscana hanno nel loro DNA una percentuale armena del 10%. Ci sono in proposito degli studi scientifici di diverse università che lo attestano. Se si va sul sito admixturemap e si clicca sull’Italia si vedrà che ci sono 4 tipi di italiani. L’italiano del nord, quello del sud, il sardo e il toscano. Per quanto riguarda appunto il toscano alcuni studi attestano che questa ”mescolanza” è avvenuta nel Medio Evo in un periodo in cui era frequente trovare presso famiglie toscane schiavi di origine orientale. Per altri invece tale mescolanza è avvenuta attraverso le migrazioni dagli altipiani armeni di coloro che sarebbero diventati poi gli Etruschi. Per qualsiasi tesi si propenda, una cosa è certa che nel nostro DNA c’è una percentuale di tracce genetiche armene.

ARCHITETTURA (EDIFICI RELIGIOSI)

Credo sia abbastanza chiaro a questo punto come la “Cristianità” sia il tratto distintivo di questo popolo. Del periodo preistorico esistono alcuni “dolmen”, probabilmente usati come osservatori astronomici. Successivamente nel periodo Urarteo (fine del 3° e 2°millennio avanti Cristo fino all’apice nei secoli IX-VII a. C. ) furono costruite grandi opere architettoniche come attestano le mura ciclopiche rinvenute sotto Yerevàn . Esiste poi un unico tempio pagano, quello di Garnì fatto costruire nel 77 d. C. da re Tiridate I e probabilmente finanziato col denaro che ricevette dall’imperatore Nerone durante un precedente viaggio a Roma. Ricordiamo infatti che all’epoca l’Armenia era un protettorato romano. Il tempio fu distrutto da un terremoto nel 1679 e ricostruito tra il 1969 e il 1974. A prescindere quindi da questo unico esempio di architettura pagana giunta fino a noi, il paesaggio armeno è punteggiato da chiese, monasteri e stele a forma di croce. Sono infatti questi edifici in pietra, testimoni della cristianità degli armeni, gli unici ad aver resistito a razzie di ogni genere non meno che a disastrosi terremoti (l’ultimo quello del 1988 dove si distinse la protezione civile italiana). Soggetti a continue invasioni e dominazioni straniere gli armeni hanno affidato l’espressione della loro identità   soprattutto alla pietra che offriva maggiore resistenza alle devastazioni e che sarebbe rimasta a testimonianza della loro tormentata nazione. Classico esempio sono i KHATCHKAR, tipo di stele scolpite nel tufo che rappresentano la croce ed altri simboli del cristianesimo. Si stima che ne esistano circa 30,000. Infatti se ne trovano un po’ dovunque, anche inseriti nelle mura perimetrali delle chiese. Esse potevano essere un’offerta votiva, commemorare o celebrare eventi storici o semplicemente momenti importanti nella vita di una famiglia o di una comunità.

La croce armena è sempre fiorita e sempre orientata ad occidente. Bellissimi sono i khatchkar del monastero di Noravank che sembrano dei veri e propri merletti. Un khatchkar originale è stato posto nel giardino dell’isola di san Lazzaro a Venezia. Una curiosità: un khatchkar che si trova nel museo di Yerevàn ha da una parte una croce scolpita e nella parte posteriore ha una iscrizione in cuneiforme.
Altrettanto caratteristici sono i numerosi complessi monastici che comprendevano diverse chiese e degli edifici ausiliari che furono costruiti a partire dai primi secoli della diffusione del cristianesimo. Si può dire che nell’architettura sacra armena si privilegiano semplicità e chiarezza e si distinguono per la presenza di volumi geometrici elementari (cubi, cilindri, piramidi ,prismi, coni)organizzati in modo simmetrico e sormontati dalla cuspide, prima conica o piramidale e poi dall’XI secolo articolata ad ombrello, che cela la calotta della cupola. Quasi inesistenti sono le decorazioni. L’impressione che ne ricaviamo, specialmente noi Italiani, è di costruzioni molto austere e a volte un po’ tetre. Caratteristico delle chiese armene è il nartece o GAVIT. Ovvero una sala collocata davanti all’entrata che appare come un’estensione della chiesa stessa e che fu aggiunta a partire dal X secolo. Il gavìt  fungeva da vestibolo, luogo di sepoltura riservato ai notabili e di ritrovo per i cittadini. Non solo i cristiani ma anche gli infedeli si ritrovavano lì a discutere, socializzare e commerciare. L’ingresso alla chiesa invece era consentito solo ai battezzati. Le torri campanarie, staccate dalle chiese furono aggiunte successivamente. Molti gavìt avevano un foro sul soffitto attraverso il quale si poteva areare l’ambiente e raccogliere l’acqua piovana. Il gavìt forniva inoltre rifugio alla popolazione del posto in caso d’assedio. All’interno delle chiese raramente sono presenti pitture o sculture, le finestre sono poche e di piccole dimensioni. L’altare o “bema” è collocato su un piano rialzato al quale si accede tramite scalini. Una spessa tenda può essere tirata per nascondere l’altare durante certi momenti della messa.

LA CAPITALE YEREVAN (Matenadaran e Museo di Erebuni)

Vorrei adesso parlarvi di un altro aspetto della cultura armena, sempre in qualche modo legato alla cristianità. Esiste a Yerevan un museo o biblioteca dei manoscritti chiamato Matenadaràn, fondato nel 1959 che raccoglie circa 17,260 manoscritti per la stragrande maggioranza in armeno, ma ce ne sono anche in altre lingue. Dopo la creazione dell’alfabeto si sviluppò un’enorme azione civilizzatrice in tutta l’Armenia. La Bibbia, i rituali, le opere dei padri della chiesa furono tradotti in armeno. Si crearono opere storiche, filosofiche, fiorì la poesia religiosa. Molte di queste opere, per lo meno quelle scampate alle varie incursioni, dominazioni e soprattutto al genocidio del 1915, sono qui raccolte. Poiché infatti gli ottomani, oltre a cacciare dalla propria patria millenaria una popolazione inerme, misero a ferro e fuoco monasteri,  chiese, scuole e ovviamente biblioteche distruggendo migliaia di manoscritti. Alcuni di questi manoscritti hanno delle storie incredibili, come ad esempio il famoso “omeliario di Mush”. Si racconta che 2 donne per scampare al genocidio fuggissero verso l’Armenia orientale cercando di mettere in salvo questo capolavoro. Tuttavia non riuscendo a trasportarlo a causa della mole (pesa infatti 27 kg) ne sotterrarono la metà presso la chiesa di Erzerun e si divisero l’altra metà che portarono ad Etchmiadzin. Anni dopo la parte rimasta sotterrata, in quello che era diventato territorio turco, fu recuperata ed il codice ricomposto. Esso è il più grande libro esposto (70x55_peso 27kg). Il più piccolo è un calendario ecclesiastico che pesa appena 22gr.

MUSEO DI EREBUNI

Il museo della storia della fondazione di Yerevan fu costruito nel 1968 ai piedi della collina di Arin-Berd, sulla cima della quale si trova la cittadella Erebuni – l’antica capitale dell’Armenia. Fu l’insediamento più grande e più antico del regno di Urartu, uno degli stati più potenti dell’Antico Oriente, un importantissimo centro militare e amministrativo del paese. Tre iscrizioni cuneiformi rinvenute sulla collina di Arin Berd testimoniano che la città fu eretta dal re Arghishti I nel 782 a. C.
Il museo presenta diverse esposizioni dell’epoca di Urartu: armi, corazze, iscrizioni cuneiformi, scodelle, brocche, timbri, braccialetti di bronzo, perline di vetro, agata, cornalina – oggetti che caratterizzano la vita e il gusto artistico degli abitanti della cittadella.

Vorrei adesso fare una carrellata delle foto fatte come turista, e che non erano certo destinate ad essere mostrate ad estranei, ma che mi offrono degli spunti per parlarvi di alcuni aspetti che riguardano questo paese. Tanto per cambiare specialmente ad Yerevàn, piace tutto quello che sa d’Italia. Ci sono infatti negozi dei famosi marchi italiani, siano essi abiti, mobili o cibi. All’epoca stava aprendo anche un “Billionaire”. In giro per il centro si legge “pizzeria italiana”, “Drogheria italiana”, “Espresso”.

 

Infine vorrei veramente concludere leggendovi una poesia di Charentes (1897-1939) “Ode all’Armenia.” Fu uno dei più importanti poeti armeni del XX secolo, che pur avendo aderito al comunismo, morì in carcere vittima delle purghe staliniane. Un suo libro “Odi Armene è stato curato da il prof. Mario Verdone. Ma veniamo alla poesia.

Io della mia dolce Armenia amo la parola dal sapore di sole
Della nostra antica lira amo le corde dai pianti di lamento,
Dei fiori color sangue e delle rose il profumo ardente
E delle fanciulle di Nairi amo la danza morbida e agile.
Amo il nostro cielo turchese, le acque chiare, il lago di luce,
Il sole d’estate e dell’inverno la fiera borea stanante il drago,
Le nere pareti inospitali delle capanne sperdute nel buio
E delle antiche città amo la pietra dei millenni.
Non dimenticherò i nostri canti lamentosi, ovunque io sia,
Non dimenticherò i nostri libri incisi con lo stilo, divenuti preghiera
Per quanto lacerino il cuore le nostre piaghe sprizzanti sangue,
Amerò ancor più la mia Armenia amorosa, orfana, ardente di sangue.
Non vi è alcun altra leggenda per il mio cuore colmo di nostalgia,
Simile al Narekatsi e a Kuchak non vi è fronte luminosa,
Attraversa il mondo, non vi è simile all’Ararat vetta bianca,
Qual cammino di gloria inaccessibile, il mio monte Masis io amo.

Altra notevole poesia è quella del poeta Paruyir Sevak (1924-1971) critico sul governo sovietico dell’Armenia e morto in un misterioso incidente, intitolata “Armenia”.

Ecco il mio paese dal dolce nome,
il mio paese dal nome solenne,
il mio paese tormentato,
la mia gloria.
Tra i vecchi tu hai i capelli bianchi,
tra i giovani, sei nuova e vigorosa.
Tu, vite sorretta da sostegni,
i tuoi dolori sono l’acqua, e tu la sabbia.
Tu, pioppo dalle fitte foglie,
tu, olivo selvatico disteso sopra il ruscello.
Tu, fortezza e castello semidiroccato,
foglio di manoscritto di pergamena.
Tu chiesa in rovina di Zvartnotz,
“Albero di albicocche di Komitàs.
Tu mulino nella valle profonda,
tu, cantilena dolcemente modulata,
bagliore di vomere d’argento.
Tu freccia, arco, rozza lancia,
tu, fumo del focolare dei padri,
tu, poema orale, tu “folle di Sasun”….
Mia gloria,
mio paese tormentato,
mio paese dal nome solenne,
mio paese dal dolce nome.
Tu, deposito di frutta,
cantina di vino dei tralci dorati.
Tu ,pesca vellutata, tu, pane spumeggiante appena cotto,
uva dagli occhi neri di Artashàt.
Tu onda ribollente di Sevan,
colonna e capitello di Erevàn.
Tu porto, faro che chiama a sé,
tu, stemma e sigillo armeno.
Testimone parlante della strage,
e occhi limpidi di pianto estinto,
severa corte di giustizia,
fodero di spada,
sempre antica e nuova, terra mia d’Armenia.

GLI ARMENI IN ITALIA

Oltre alla congregazione dei padri Mechitaristi e alla comunità armena di Venezia in Italia vivono in tutto tra le 2000 e le 3000 persone di origine armena. Le comunità più importanti sono quelle di Roma, Padova, Milano. A Milano ha sede la chiesa apostolica armena d’Italia che si raccoglie intorno alla chiesa dei Santi Quaranta Martiri in via Jommelli 30, fatta costruire da 2 fratelli scampati al genocidio. A Padova esiste una storica comunità alla quale appartiene Antonia Arslan. In Friuli vivono diverse famiglie di origine armena e la protezione civile di questa regione è stata la più attiva nel soccorrere la popolazione armena dopo il terremoto del 1988. Udine è stata una delle prime città a riconoscere il genocidio. A Roma la chiesa di San Biagio fu affidata agli armeni fin dal 1832 e nel 1838 la restaurarono e vi eressero l’adiacente Ospizio della nazione armena .Inoltre a Roma c’è  la casa madre delle suore Armene dell’Immacolata Concezione congregazione istituita a Costantinopoli nel 1847 e arrivata a Roma nel 1922 a causa del genocidio. La comunità armena si ritrova a Roma nella chiesa di San Nicola da Tolentino. A Napoli si trova la chiesa di San Gregorio Armeno che sarebbe stata fondata nel VII secolo dalle monache di San Basilio partite da Costantinopoli per sfuggire alle persecuzioni  portando con loro le reliquie di San Gregorio, che sono state custodite lì per secoli(nel 2001 Giovanni Paolo II ne ha riportate una parte in Armenia). A Bari nel 1926 si inaugurò un quartiere per accogliere dei profughi armeni. Sempre a Bari si trova la chiesa San Gregorius des Armenis. A Nardò si trovano delle reliquie di San Gregorio che è anche il protettore della città. A Taranto sorge la chiesa di Sant’Andrea des Armenis.”

Un commento su “Attraversando l’Armenia con Fiora

  1. Avatar di Chiara Baldoni
    Chiara Baldoni

    Bellissimo articolo ❤️
    Si Riattraversa la storia di un paese con parole ricche di emozione.

    "Mi piace"

Lascia un commento