Storie (s)comode

Apologia della lentezza

L’era dell’iperconnessione ci conduce dritti dritti nelle braccia di una condanna. La condanna alla deconcentrazione e all’individualismo più spietato.
Viviamo in un tripudio totalizzante di superficialità e approssimazione che ci trasciniamo a causa della supremazia tecnologica.
Non siamo in grado di dominarla anzi, se fossimo onesti, dovremmo ammettere che è lei che comanda e condanna noi.
Leggiamo in continuazione di quanto la dipendenza isterica dai social provochi stati di notevole ansia e annessi disturbi patologici ma non ci prodighiamo affatto a ribaltare la situazione.
E poi ci sono i giovanissimi, che vengono inglobati e fagocitati da un sistema che, per come è messo ora, non può che danneggiarli.
Potremmo fare tanto per cambiare le carte in tavola, ma siamo accovacciati in un comodo impasse che auto-alimenta la nostra apatia verso il mondo, verso la verità e l’ignoto.
Un’amica e collega ha scritto un pensiero che mi ha molto impressionata sulla mancanza di mistero, di pensiero magico e spiritualità che viviamo oggi.
Ed è proprio così, ci siamo ridotti a partorire contenuti standard in maniera frenetica. Contenuti molte volte banali e privi di un reale significato.
Spesso dietro a questi contenuti c’è il niente. Il vuoto incolmabile.
Da qui nasce l’approssimazione. E ci viene richiesta la velocità smodata, il click istantaneo, il Iike obbligato, lo scroll da Velociraptor.
Poi attenzione perché nel mondo digitale l’errore non è concesso.
Eppure proprio da esseri umani dovremmo, per natura, errare.
Il giorno in cui la robotica prenderà il nostro posto allora potrà non esserci errore alcuno.
Anche se poi, i robot, chi li ha creati?
Aiutiamo le nuove generazioni ad allenarsi al confronto pacifico, allo studio del nuovo, al lampo di genio che prescinde le logiche del mero e bieco business.
Assecondiamo le passioni, la curiosità, la fantasia.
Ricominciamo a leggere i libri, a tuffarci nella cultura, quella vera.
A prenderci le pause di cui abbiamo sete.
Altrimenti veniamo assaliti dall’ignoranza e dalla frustrazione che, come delle Gorgoni, sono pronte a scagliarsi contro il nostro già inquieto vivere.
Dedichiamoci e avviciniamoci di più alle cose belle e semplici che ci sono state donate e che, per fortuna, non hanno nessun prezzo, come la natura e gli animali.
Torniamo all’essenza di tutto, alle radici. La chioma di un albero può anche non essere folta e rigogliosa, ma se le sue radici sono ben salde, significa che c’è profondità e la profondità porta con sé un messaggio di speranza e di coraggio.
Ricerchiamo la bellezza autentica, non l’estetica spicciola, l’ossessione della perfezione.
Troviamo lo slancio salubre per distanziarci dal trend violento di dover possedere un alter ego virtuale, come l’ha chiamato la mia amica che scrive.
Quell’ego che ci fa chiudere in noi stessi e nella nostra voglia di vincere a qualsiasi costo.
Beckett diceva: “Ho sempre tentato. Ho sempre fallito. Non discutere. Prova ancora. Fallisci ancora. Fallisci meglio.”
E allora impariamo a sbagliare e a non farci vomitare addosso urgenze e pressioni se abbiamo bisogno di più tempo per portare a termine qualcosa.
Il tempo non si misura in quantità, tanto meno in velocità.
Si misura in qualità ed esperienza.
Si misura nell’ascolto attento di noi stessi e dell’altro, nell’empatia, che è quella forza magica in cui è giusto credere tantissimo e che fa la differenza nella vita lavorativa e personale di ognuno di noi. Fa la differenza tra una giornata di merda ed una che era iniziata male ma che è finita bene perchè qualcuno si è schierato dalla nostra parte.
Scegliamo di essere lenti.
Lenti nel giudicare, nel puntare il dito, nello sputare sentenze o nel far sentire inadatto il prossimo.

Evviva la lentezza signori miei.
Che lentezza significa approfondire, profondità, riflessione, studio, apertura, ascolto, respiro.

 

Immagine di copertina: Ph. Mia Battaglia, “Night in Kapsali”.
Isola di Kythira.

6 commenti su “Apologia della lentezza

  1. Avatar di Brezza d'essenza

    Lentezza vuol dire cura 🙏

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  2. Avatar di Chiara

    Quanta verità

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  3. Avatar di Ilaria

    La sputata verità in poche righe senza rimanere nell’opacità, nella vaghezza ma diretta al punto.
    Questo è un segnale ..il pensiero che tutti abbiamo ma che per inerzia e per uniformarci e non creare problemi soffochiamo dentro di noi pur di non cambiare abitudini.. ma la lettura di questo articolo fa capire che non ci sentiremo mai appagati e non troveremo mai soddisfazione nel limitarci ad osservare da uno schermo “l’altro da noi “ e a non essere protagonisti delle nostre proprie vite.
    Viviamo !!
    Siamo vivi, respiriamo, confrontiamoci litighiamo, impariamo dai nostri stessi errori.
    Perché nascondersi dietro uno schermo che ci rende adespoti …focalizzarsi sui social, sulle vite degli altri non poterà alla realizzazione dello sviluppo della nostra persona ma solo alla proiezione di noi stessi in un mondo falsato che ci priva della nostra AUTENTICITÀ , con la conseguente dipendenza distruttiva dai social, realtà parallele e fittizie in cui è un like a qualificare il tuo essere.

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