Fiora

Anna Maria Luisa de’ Medici raccontata da Fiora Paoli

In occasione dell’anniversario della morte dell’ultima erede della famiglia Medici, pubblico con grande gioia il testo scritto dalla Professoressa Fiora Paoli, mia madre, per la sua conferenza su Anna Maria Luisa de’ Medici presso la Libera Università di Promozione Culturale di Prato.

ANNA MARIA LUISA DE’ MEDICI,  l’elettrice Palatina (1667-1743)

“Al nome di Anna Maria Luisa o Ludovica, ultima erede della famiglia Medici è indissolubilmente legato il cosiddetto PATTO DI FAMIGLIA del 1737. Tale patto, illuminato e illuminante predisposto dopo trattative e accordi dalla stessa A. M. Luisa, alla quale si riconduce il merito immenso di aver garantito alla città di Firenze, con apposito atto la permanenza dei tesori archeologici, artistici, scientifici, librari, in una parola culturali, riuniti dalla famiglia in 3 secoli di dominio e di governo in Firenze e Toscana. La “permanenza” e non la proprietà come comunemente si crede. La proprietà passò infatti regolarmente ai Lorena, da questi ai Savoia e poi allo Stato Italiano.

Sperando di non annoiarvi troppo, per meglio comprendere l’immenso dono fattoci dall’ultima erede della famiglia Medici , vorrei ripercorrere quelle che sono state le vicissitudini umane e dinastiche degli ultimi appartenenti a questa importante famiglia. Cominciamo dal nonno di Anna Maria Luisa cioè da FERDINANDO 2° Granduca (1610-1670). Cosimo 2°, suo padre,  era morto nel 1621 lasciando suo erede il figlio Ferdinando di appena 11anni. 2 anni dopo ritornò a palazzo Pitti la sorella più giovane di Cosimo 2°, Claudia, rimasta vedova a 19 anni di Federico della Rovere duca di Urbino, con la figlia Vittoria di pochi mesi. Si pensò quindi opportuno stipulare un contratto di matrimonio fra i due cuginetti e cioè tra Ferdinando che aveva allora 13 anni e Vittoria (1622-1695) che non ne aveva ancora compiuto uno. Con quel matrimonio, tutti i beni dei Della Rovere, compreso il territorio di Urbino e il palazzo ducale pieno d’opere d’arte,  sarebbero passati alla Casa Medici. Alle seconde nozze della madre, la piccola Vittoria rimase a Firenze nel convento della Crocetta (si trovava in via Laura 48) in attesa che lo sposo, cresciuto dalla nonna francese e dalla mamma austriaca, uscisse di minorità. Ferdinando veniva su bene, mite, affettuoso, fu fatto viaggiare. A 18 anni prese il governo del granducato. A soli 20, durante la peste a Firenze, si dimostrò principe illuminato, istituendo lazzaretti e isolando la famiglia in una palazzina a Forte Belvedere. Istituì una severa cintura sanitaria, requisì monasteri dove ricoverare gli ammalati, e pare si fermasse più volte in Costa S. Giorgio in visita a Galileo.

Passata la peste nel 1634 Ferdinando e Vittoria furono fatti sposare (12 anni lei, 24 lui). Alla morte dell’ultimo della Rovere, Vittoria avrebbe dovuto ereditare il ducato di Urbino, che però fu prontamente occupato dalle truppe del papa Urbano 8°Barberini. In parte però andò bene ai Medici ai quali non si poté negare i mobili e le opere d’arte dei Montefeltro, che andarono ad arricchire la Galleria degli Uffizi. Basti ricordare che giunsero a Firenze i ritratti del Duca Federico e della moglie Battista di PIERO DELLA FRANCESCA, quella di Giulio 2° di RAFFAELLO, le due veneri e la Maddalena di TIZIANO e molte altre. I due giovani furono finalmente fatti accoppiare nel 1638 (28 lui, 16 lei) e un anno dopo moriva il loro primo figlio appena nato e dopo 2 anni la stessa sorte toccò ad una figlia. Al terzo tentativo nacque una creatura sana e vitale: COSIMO (futuro padre di Anna Maria Luisa). A questo punto assolti i doveri dinastici i rapporti trai due coniugi si erano raffreddati e come narra Harold Acton nel suo libro sugli ultimi Medici pare che Cosimo intrattenesse particolari rapporti carnali e ciò trovò conferma il giorno in cui la granduchessa Vittoria scoprì il marito abbracciato al suo più bel paggio, il conte Bruto della Molera. Dopo ciò Vittoria si ritirò in una specie di clausura nel suo appartamento. Fra i due ci fu soltanto un parziale riavvicinamento tanto è vero che nel 1660 nasceva Francesco Maria , futuro cardinale.  FERDINANDO 2° (nonno di A. M. Luisa)  associò al suo governo i fratelli Mattias (1613-1667) e Francesco (1614-1634)  che seguirono la carriera militare, mentre a Leopoldo (1617-1675)  fu affidata la politica culturale e scientifica. A tal proposito ricordiamo l’istituzione dell’Accademia del Cimento a Palazzo Pitti (16 Giugno 1657).  Si inaugurava inoltre il mecenatismo scientifico (Stensen detto Stenone). Firenze divenne anche capitale della musica con l’Accademia degli Immobili affidata all’altro fratello cardinale Giovan Carlo (1611-1663). Nel 1657 fu fatto costruire su disegno di Ferdinando Tacca un nuovo teatro melodico detto della Pergola. Esisteva già a Firenze la Camerata dei Bardi, che aveva escogitato una nuova maniera di ”recitar cantando”. Il cardinale Leopoldo inoltre, grande raccoglitore di libri, affidò la biblioteca palatina al grande bibliofilo Antonio Magliabechi. Grande fervore religioso caratterizzava la Firenze dell’epoca (ricordiamo le principali confraternite presenti a Firenze: i Gesuiti, i Barnabiti, gli Scolopi, gli Oratoriani, i  Vanchetoni). Come si vede il regno di Ferdinando 2° fu caratterizzato da un grande fervore e amore per le scienze, la musica e i multiformi aspetti dell’arte e della cultura.

Veniamo adesso a parlare di COSIMO 3° (1642-1723) figlio di Ferdinando 2° e di Vittoria della Rovere e futuro padre di Anna Maria Luisa.
Cosimo, contrariamente a suo padre ed ai suoi zii e cresciuto sotto l’influenza della madre, era attratto dalle pratiche devote, considerate medicine dell’anima e corroboranti dello spirito. Rifuggiva la mondanità ed ancora adolescente sembrava molto più maturo della sua età. Imparò varie lingue, nozioni di scienza, filosofia e soprattutto teologia. Ferdinando pensò di dare in moglie al figlio una frizzante principessa francese Margherita Luisa d’Orleans (1645-1721) (figlia di Gastone d’Orleans a sua volta figlio di Maria de Medici, regina di Francia). Margherita Luisa fu chiamata fin da bambina “la reginetta” in quanto sembrava possibile il suo matrimonio con il cugino Luigi, futuro Re Sole. Tramontata questa possibilità ella fu proposta, tramite un informatore dei Medici in Francia al granduca Ferdinando 2° per suo figlio Cosimo con le seguenti parole ”mademoiselle d’Orleans ha 13 anni, è bella di lineamenti, ha i capelli castani, gli occhi color turchese e sembra estremamente dolce e gentile”. Poiché questo matrimonio avrebbe accontentato tutti, l’informatore continuava attribuendole le migliori qualità. “Odia il Louvre perché c’è troppa gente, è nata per vivere in Toscana, dove la vita è regolata in modo così metodico”. Niente di più falso, come vedremo. L’unico disinteressato alla questione era proprio  Cosimo, disposto però ad accettare “ogni partito che andasse a vantaggio della famiglia e dello stato”. L’unica contraria a questo matrimonio era la mamma di Margherita Luisa, in quanto la sapeva innamorata di suo cugino Carlo di Lorena. Fatto sta che Margherita Luisa giunse diciannovenne a Firenze il giorno di S. Giovanni del 1661 malvolentieri ed oltretutto sentendosi sminuita nel sentirsi chiamare soltanto “duchessa”. Ferdinando aveva fatto grandi cose per accoglierla degnamente ma ciò servì a poco. E mentre Margherita Luisa piangeva sulla miniatura dell’amato Carlo, Cosimo fu colto dal morbillo, tanto è vero che non le si avvicinò troppo né la baciò per timore di contagiarla. Anche in seguito regolò le visite alla sposa seguendo precise  prescrizioni  mediche e al solo scopo di avere un erede. Da una parte Cosimo equivocava l’amore con il dovere e Margherita, che chiedeva dopo i suoi amplessi regali e gioielli, equivocava l’amore con la cupidigia. Quando rimase incinta cercò di liberarsi del figlio , senza riuscirvi , cavalcando per ore. Fu così che nacque FERDINANDO (1663-1713). E quando rimase nuovamente incinta si ridestarono in lei le furie come se portasse in seno un mostro. Si trattava invece di una femminuccia: ANNA MARIA LUISA (1667-1743). Anche dopo questa nascita, come nel caso precedente, visto che i due non si tolleravano, Cosimo fu allontanato e mandato in paesi stranieri, accompagnato dal segretario dell’accademia del Cimento, Lorenzo Magalotti e da scienziati seguaci di Galileo e Margherita Luisa nella villa di Poggio a Caiano. Presso le corti straniere, giunta l’eco delle sue disavventure coniugali,  Cosimo, più che compassione, suscitò ammirazione per la sua serietà, cultura e affabilità. Quando ritornò dopo otto mesi, Margherita Luisa lo minacciò di scaraventargli in testa un pesante messale se si fosse di nuovo avvicinato a lei. Fu così che Cosimo ripartì la Spagna, l’Inghilterra e la Francia, dove temeva fossero arrivati i  pettegolezzi portati a corte e fuori dai cortigiani di sua moglie. Ma  contrariamente al previsto fu ben accolto in primis dallo stesso Luigi 14°, Re Sole e cugino di Margherita Luisa. Alla morte di Ferdinando 2°, avvenuta nel 1670, Cosimo divenne Granduca e ci fu una specie di riavvicinamento che Margherita Luisa pagò con una nuova gravidanza che la gettò nuovamente nella disperazione. Fu così che nel 1671 nacque GIAN GASTONE (1671-1737). All’insofferenza per il marito e per la suocera,  Margherita Luisa, aggiunse il disamore per i figli. Sempre più insofferente verso la corte medicea e Firenze chiese ripetutamente a Luigi 14° di poter ritornare in Francia, invocando anche una sentenza della Sacra Rota, in quanto, dichiarava di venir trattata dal marito come una concubina. Non riuscendo in nessuno dei suoi intenti accampò motivi di salute per tornare a Parigi. Luigi 14°, a questo punto, le inviò un medico di sua fiducia il quale la trovò in ottima salute. Dopo svariati altri tentativi da parte di Margherita Luisa, finalmente Luigi 14° acconsentì al suo rientro a Parigi a patto che si ritirasse in un convento. Dopo lunghe trattative fu scelto il monastero delle benedettine a Montmartre. Margherita Luisa partì dalla villa di Poggio a Caiano il 10 Giugno 1675 dopo 14 anni di permanenza in Toscana continuando però a tormentare il marito, nonostante il cospicuo appannaggio che costui le concesse. All’epoca Ferdinando aveva 12 anni, Maria Luisa 8, e Gian Gastone 4. In convento la granduchessa, come prevedibile, creò problemi d’ogni genere continuando per altro ad inviare lettere d’insulti e contumelie al marito. “Non c’è ora della giornata che non vi desideri la morte e che io non volessi che voi fussi impiccato”. Ma nonostante le maledizioni Cosimo 3°, grazie ad un regime dietetico consigliatoli dal medico naturalista, Francesco Redi, giunse a 81 anni, sopravvivendo di 2 a Margherita Luisa, e morendo nel 1723. 

I tre figli di COSIMO 3°

FERDINANDO (1663-1713), il più grande di loro, assomigliava per vaghezza e brillantezza alla madre. Considerato l’astro nascente della famiglia Medici. Spesso ritratto, fin da bambino, in armature guerresche, deluse il padre preferendo la musica e i carnevali veneziani ai campi di battaglia. Più che libertino Ferdinando si sarebbe potuto considerare un edonista attratto da ogni piacere, compreso quello di scandalizzare i moralisti. Suo campo di battaglia fu la Villa di Pratolino (capolavoro di Bernardo Buontalenti) o casino delle delizie. Vi si tenevano infatti trattenimenti musicali e sollazzi mondani, bel canto, buona musica, fresche bibite e sorbetti gelati. C’era poi il grande amore di Ferdinando per Venezia ed il suo Carnevale, dove si recò una prima volta, con grande disappunto di suo padre, ritornando a Firenze in compagnia di un nuovo cantante, certo Cecchino de Castris, e già il nome era tutto un programma. Cosimo si illuse che un buon matrimonio avrebbe potuto riportare il suo primogenito  ad una vita più normale. Fu quindi concordato di farlo sposare con VIOLANTE di BAVIERA (1673-1731) . Fu così che nel 1668 Ferdinando, allora 25enne incontrò la sua giovane sposa, quindicenne, a S. Piero a Sieve. Ella si innamorò subito di questo giovane famoso per la sua cultura musicale e per la sua vita galante. Non si può dire altrettanto di Ferdinando che trovò Violante scialba, innocente, smarrita. Tanto è vero che pare che scendesse di carrozza a porta S. Gallo, lasciando la sposa proseguire in compagnia di una sua dama. Poco attratto dalla moglie sognava sempre Venezia, dove si recò per il carnevale del 1696. Fortemente incapricciato di una dama veneziana e, temendo che questa gli preferisse il duca di Mantova, poiché  rifiutava di concedersi,  tanto insistette che questa gli confessò di essere affetta dalla “lue” (malattia all’epoca di gran moda). Ferdinando la credette una scusa e pretese la prova suprema. Fu così che contrasse il ”morbo gallico” o “mal francese”. Morì di questa malattia tra “accidenti” epilettici, febbri, vomiti, il 30 ottobre 1713,  (essendo durata la fase acuta dal 1709 al 1713) sempre amorevolmente accudito da Violante di Baviera e, ovviamente, senza lasciare eredi. 

GIAN GASTONE (1671-1737)

Quando Cosimo 3° si recò dalla nuora per annunciarle la morte di Ferdinando, era con lui suo figlio Gian Gastone, ormai un relitto di un altro naufragio coniugale. Gian Gastone aveva ricevuto un’ottima educazione: latino, greco, diplomazia, spagnolo, francese, inglese. Amava l’arte, la botanica, l’archeologia. Autrice involontaria delle sue disgrazie fu l’amata sorella Maria Luisa che, come vedremo in seguito era andata in sposa all’elettore palatino, il quale aveva una sorella vedova del principe di Neuburg, certa Anna Maria Francesca (1692-1741)  la quale non aveva nessuna voglia di risposarsi. Era una donna dura, che non voleva tenerezze, che amava cavalcare, comandare, dominare. Inoltre si vociferava che il primo marito si fosse ucciso, ubriacandosi ogni sera. Fatto sta che, nella speranza di un erede, Gian Gastone partì per la Boemia. Si ritrovò in un posto inospitale e freddo in un castello che “si reggeva a furia di puntelli”, privo di comodità con una moglie “imperiosa e superba che voleva conculcare tutto e comandare tutti, credendo di essere la più gran signora del mondo per avere quattro zolle in Boemia e i cui unici svaghi erano andare a caccia ed in slitta sulla neve”. Povero Gian Gastone che scriveva “in quanto a me non so sperare che nell’aria della cupola”. In questa atmosfera, rifiutato dalla moglie,  pare gli fosse di conforto la compagnia di una persona di servizio, certo Giuliano Dami, di bell’aspetto e col quale entrò in intimità. Oltre a questo iniziò “a mangiare grasso, bere grosso, sorbire cioccolato e rosolio e pipare tabacco”. Dopo circa 10 mesi dal matrimonio nella primavera del 1698 andò a trovare sua sorella a Aix la Chapelle dove si trovava a passare le acque nella speranza di una gravidanza. Da lì andò a Parigi dove sua madre lo fece attendere 5 giorni prima di invitarlo a pranzo! Lo aveva lasciato quando aveva 4 anni, adesso ne aveva 27. Questo la dice lunga sull’affetto materno di Margherita Luisa. Da lì andò in Olanda poi a Praga ecc. Da quel momento la sua vita consistette in periodi di prigionia, ma non di astinenza, a Reichstadt,  e periodi di evasione e baldoria. Nel1705 fece ritorno da solo a Firenze dopo 8 anni di assenza. Era partito vispo e fiorente e tornò tardo e afflosciato. La situazione al momento era la seguente: in Ferdinando si era già manifestata la malattia francese, Maria Luisa aveva smesso le inutili cure termali nella speranza di  avere un figlio, Gian Gastone, lontano dalla sua impossibile consorte, quasi ogni notte affondava nei fumi dell’alcol. Fu a questo punto che COSIMO 3° preso dalla disperazione per la mancanza di un erede,  tentò il tutto per tutto, proponendo al fratello cardinale FRANCESCO MARIA (1660-1711),  che viveva nella villa di Lappeggi, di rinunciare alla porpora e di prender moglie, nonostante fosse un crapulone, già ammalato di gotta, asma, ed idropisia. Restio per lungo tempo, cedette per il bene dinastico della famiglia, sposando ELEONORA GONZAGA GUASTALLA (1685-1742) , più giovane di lui di 25 anni. Quando ella lo vide si rifiutò di avere rapporti. Due anni dopo moriva Francesco Maria nelle braccia, non della moglie, ma di un moro da lui stesso battezzato, mentre Eleonora Gonzaga, disgustata e avvilita, si mise a bere vini grossi e rosoli, come Gian Gastone. Nel 1714 moriva anche Ferdinando amorevolmente accudito da Violante di Baviera e nel  1717 tornerà in gramaglie Anna Maria Luisa.

ANNA MARIA LUISA o LUDOVICA (1667-1743)

Vediamo adesso cosa ne era stato di Anna Maria Luisa. Secondogenita di Cosimo 3° e di Margherita Luisa, anch’essa abbandonata come i suoi fratelli da una madre anaffettiva, ricevette  amore e cure dal padre ma soprattutto dalla nonna Vittoria. A questa nonna, alla quale andrà l’affetto di Anna Maria Luisa va aggiunto lo zio: cardinale Francesco Maria al quale si sentì molto legata e col quale tenne una fitta corrispondenza quando, sposata, visse a Dusseldorf.  Essere una Medici riempì d’orgoglio la piccola Anna Maria. La sua vita si svolgeva tra le attività all’aria aperta nello splendido giardino di Boboli e lo studio. Studiò il latino, imparò il francese ed il tedesco. Dimostrò attitudini sia per la musica che per il canto. Cavalcava e cacciava in maniera ammirevole. E allora come si spiega che a 23 anni fosse ancora nubile, quando le principesse di 16 anni venivano considerate mature per un buon matrimonio dinastico? Si spiega con la doppia ambizione di Cosimo 3°. Come padre vedeva nella figlia qualità e doti tali da non volerla concedere ad un marito incapace di apprezzarla. Come sovrano temeva sempre che il suo granducato non fosse tenuto nella dovuta considerazione, accettando per la figlia un matrimonio men che prestigioso. Fu così che Anna Maria Luisa fu data in sposa all’età di 24  anni ad un vedovo di 33 anni, JOHANN WILHELM di Neuburg, elettore palatino di Pfalz, il cui titolo era secondo solo a quello dell’imperatore. Il 6 Maggio 1691 A. M. Luisa partì da Firenze accompagnata dal fratello Gian Gastone per recarsi a Dusseldorf. J. W. Le andò incontro a Innsbruck, dove fu celebrato il matrimonio. Pur non essendo bello, J. W. era tutt’altro che rozzo o incolto e pare che la loro fosse un’intesa perfetta sia dal punto di vista intellettuale che sentimentale. La sua cultura, intelligenza e cordialità pare conquistassero A. M. Luisa. Quando J. W. trasportò la capitale a Dusseldorf vi compì grandi opere. Lastricò e illuminò le strade, sostenne e sviluppò l’arte della tessitura, sempre col supporto e incoraggiamento di A. M. Luisa, la quale introdusse a corte concerti ed opere liriche, chiamando i musicisti Agostino Steffani e Arcangelo Corelli. Inoltre A. M. Luisa e J. W. misero insieme una prestigiosa galleria d’arte simile a quella degli Uffizi collezionando opere di pittori olandesi e di Rubens. Ella insomma cercava di trasfondere in un paese straniero la tanto amata cultura fiorentina. Visitava con interesse altre città tedesche, dove veniva ben accolta, anche grazie al fatto che ne parlava la lingua, ma scriveva: ”Sono stata a Colonia, ma a volere che queste città paressero belle non bisognerebbe essere nata a Firenze”. In conclusione A. M. L. con la sua condotta, con i suoi gesti, con le sue parole, riversava la simpatia anche sul marito, chiamato confidenzialmente “Jan Wellem”. Egli morì a 58 anni nel 1716 senza lasciare eredi, nonostante le cure alle quali si era sottoposta A. M. Luisa dopo 2 supposti aborti. All’epoca correva voce che la sterilità di A. M. Luisa fosse da attribuire al marito affetto dal mal gallico. Anche la sua volontà di non essere aperta dopo la morte, fu interpretata come una prova indiretta del male, che ella, nella sua femminile riservatezza, non avrebbe voluto render noto. Non venne però obbedita ma la necroscopia non rivelò nessuna traccia luetica. Come estremo omaggio alla sua fedeltà coniugale ella si fece ritrarre in gramaglie con l’elettore palatino disteso sul letto di morte. A. M. Luisa si trattenne ancora un anno a Dusseldorf per scegliere e spedire a Firenze opere d’arte di fiamminghi, dove fece ritorno il 22 ottobre 1717. Fu accolta dal padre Cosimo 3° che già alla morte del primogenito Ferdinando, aveva fatto approvare dal senato fiorentino un decreto col quale A. M. Luisa veniva considerata l’erede al trono del padre Cosimo 3° e del fratello Gian Gastone in contrapposizione con la legge salica, fino ad allora in vigore, che escludeva dalla corona le donne le loro discendenti; decreto per altro mai accettato dai Lorena. In seguito alla morte di Cosimo 3° ella fu allontanata da Pitti dal fratello, che le rifiutò la villa di Lappeggi che era stata dello zio Francesco Maria, per cui di tanto in tanto si ritirava presso le Montalve nel collegio della Quiete. Ma quando Gian Gastone fu vicino a morire A. M. Luisa fece valere la sua autorità di ultima discendente dei Medici scacciando i così detti ruspanti dalla camera del  fratello e imponendo una certa igiene materiale e morale. Anche i Lorena furono rispettosi nei suoi confronti tanto da offrirle alla morte del fratello (1737) la reggenza del granducato che ella rifiutò. Una Medici sarebbe stata sminuita diventando una “reggente” dei Lorena. A. M. Luisa, volontariamente esclusasi dalla politica, ”viveva ritirata” come scrisse l’inglese Horace Mann “ma in un ritiro pieno di splendore, circondata da tutto ciò che l’arte e l’abilità possono inventare e le ricchezze procurare”. Prima di morire fece restaurare San Lorenzo ne fece erigere il campanile e completare le cappelle dei principi. Da un punto di vista puramente economico, è evidente che nel destinare somme crescenti alle spese di costruzione di San Lorenzo, A.M. Luisa si stava opponendo a quella che per lei era l’avidità lorenese. Tutto ciò che vi spendeva e vi trasferiva riduceva le liquidità che Francesco Stefano avrebbe ereditato alla sua morte. In effetti i suoi sforzi per San Lorenzo potrebbero essere considerati la traduzione in pietra del “patto di famiglia”. Il suo modo di sentire completamente opposto a quello dei Lorena, pronti a sacrificare i tesori d’arte dei Medici alle esigenze di cassa (è rimasta famosa ad esempio la fusione degli argenti di palazzo Pitti per trarne denaro contante). A. M. Luisa sopravvisse al fratello Gian Gastone di 6 anni, continuando a vivere nel suo appartamento a palazzo Pitti. Un tumore al seno, e non la sifilide come erroneamente creduto fino alla riesumazione del suo corpo, l’avrebbe condotta alla morte il 18 febbraio 1743. Una grande tempesta si scatenò al momento della sua morte tanto che parve ai sostenitori dei Medici che il cielo si addensasse per la scomparsa dell’ultima superstite della famiglia. Gli avversari, invece dissero che erano i diavoli venuti a portar via con loro l’ultima della casata che con la sua morte era riuscita addirittura ad interrompere i festeggiamenti per il carnevale. La salma imbalsamata, rivestita di velluto nero, con la berretta dell’elettrice palatina fu trasportata in una carrozza aperta sormontata da un baldacchino nero dalla chiesa di S. Felicita a quella di S. Lorenzo dove l’attendevano i suoi antenati. Anche per lei sarebbe valso l’elogio fatto da Alexandre Dumas: ”Lasciate che i Medici riposino in pace nelle loro tombe di marmo e di porfido, perché han fatto più di qualsiasi re o principe o imperatore, per la gloria del mondo”.

IL PATTO DI FAMIGLIA

In non molti però devono aver pensato che questa ultima Medici, appena morta, aveva nel nome di Firenze, scritta una pagina che valeva più di ogni altro dono per la città e per l’Italia: quel patto di famiglia da lei voluto e firmato a Vienna alla fine d’ Ottobre del 1737 (a pochi mesi dalla morte del fratello Gian Gastone) dopo lunghe trattative coi rappresentanti di Francesco Stefano di Lorena. Si trattava della più sbalorditiva eredità che mai si possa pensare. Erano i quadri e le statue che adornavano la Galleria degli Uffizi ed il Palazzo Pitti, le raccolte di gemme, camei, tutte le ricchissime suppellettili che arredavano le residenze dei Medici; i libri della Biblioteca Palatina e di quella Medicea di San Lorenzo; tutta la collezione di antichità etrusche ed egiziane, le maioliche, le opere di Donatello e del Verrocchio, i servizi da tavola in oro e argento, le porcellane e i vasi le opere del Cellini, i reliquiari, gli arredi sacri, gli arazzi ecc. In questo patto il nuovo sovrano il granduca Francesco Stefano 3° di Lorena ma 2° di Toscana e che doveva diventare 1° come imperatore e che per il momento si teneva lontano da Firenze, veniva designato “Conservatore”. Ecco cosa diceva esattamente il patto di famiglia: “La serenissima Elettrice cede, dà e trasferisce, al presente, a sua Altezza Reale, per lui e i suoi successori granduchi, tutti i mobili effetti e rarità della successione del serenissimo granduca suo fratello, come gallerie, quadri, statue, biblioteche, gioie ed altre cose preziose, siccome le sante reliquie, i reliquiari e i loro ornamenti della Cappella del Palazzo, che Sua Altezza Reale si impegna di conservare, a condizione espressa che di quello che è per ornamento dello Stato, per utilità del pubblico e per attrarre la curiosità dei forestieri, non ne sarà nulla trasportato e levato fuori della capitale e dello Stato del Granducato”. Vorrei ora soffermarmi sulle 13 righe che compongono l’articolo 3 del patto che, come suggerisce Cristina Acidini andrebbero fatte imparare a memoria a tutti i nostri alunni. In tali righe sono contenute 6 parole chiave e cioè: Ornamento, Stato, Utilità, Pubblico, Curiosità e Forestieri. La prima cosa che colpisce è il vincolo delle cose ai loro luoghi e, secondo la volontà di A. M. Luisa alla loro inamovibilità. Veniamo ora ai termini usati nel Patto. Tre di essi STATO-PUBBLICO-FORESTIERI indicano 3 entità di natura politica e sociale, destinatari dei vantaggi dell’esistenza dei beni, definiti di volta in volta come “ornamento”, “utilità”, e soddisfazione della “ curiosità”. Si precisa quindi per ciascuna entità un carattere attribuito. Per lo Stato si tratta dell’ornamento, per il pubblico dell’utilità e per i forestieri della curiosità (vedi ad esempio la moda del Grand Tour iniziata nel secolo precedente). Certamente nella redazione del patto e nel renderlo accettabile a Francesco di Lorena, A. M. Luisa si avvalse di nobiluomini fiorentini suoi consiglieri tra quali ricordiamo: il cardinale Neri Corsini, nipote di Lorenzo Corsini, papa Clemente 12°, Gian Antonio Guadagni, e il Rinuccini.

A. M. Luisa durante l’ultimo periodo della sua vita redasse anche un inventario delle gemme, che assieme ad altri avrebbe dovuto corredare il patto. Al primo posto dell’inventario delle gemme si trova la corona granducale, al secondo è il grande diamante noto come “il fiorentino”, seguono molti altri preziosi ma nessuna di queste gioie (facilmente trasferibili) si è salvata. Dopo la morte dell’elettrice furono trasferite segretamente a Vienna e poi vendute o comunque disfatte ad eccezione dei 3 pezzi più vistosi il diamante fiorentino, le famose perle ed il topazio che confluirono nel Tesoro di Vienna. Altri oggetti, ritenuti di scarso valore come il pentolame e il vasellame da cucina furono venduti assieme a tutta l’armeria di casa Medici. Scarsi e tardivi sono stati i riconoscimenti ad A. M. Luisa che con la memoria della casa de Medici pose al centro dell’identità di Firenze, definitivamente ed indissolubilmente, l’arte, la cultura, la bellezza, concetti che ancora oggi rappresentano le chiavi universali di accesso alla città.”

Notizie riguardanti A. M. Luisa.

_ Il 18 Febbraio, anniversario della morte viene organizzato un corteo storico.

_Una statua a lei dedicata, è stata posta nel Canto de Nelli tra le mura della Sagrestia Nuova e le Cappelle dei Principi .Fu indetto un concorso a tal scopo nel 1945 e fu vinto da Raffaello Salimbeni . Realizzata dopo del tempo a causa di burrascose vicende fu finalmente terminata e trasferita a Pitti nel salone del Moro  nel 1985,  dove rimase 10 anni. Successivamente si optò per il Canto de Nelli, dove si trova tuttora.

_Nel 1993 fu allestita una mostra per i 250 anni dalla sua scomparsa, e più recentemente una nel 2006.

_Il patto di famiglia fu redatto originariamente in francese a Vienna e poi tradotto in italiano

_Nel 2005 in “Nelli Award” per il mecenatismo andò alla memoria di A.M. Luisa de Medici.(premio questo di un comitato di donne, che rappresenta e sostiene a Firenze i programmi del National Museum of Women in the Arts a Washington, D. C.”

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