Cosa guardiamo stasera?

Forever Young

Janis Joplin canta “Freedom’s just another word for nothin’ left to lose”, la libertà è quando non si ha niente da perdere. È il 1971 (il brano originale è di Kris Kristofferson). Valeria Bruni Tedeschi, presenta Forever Young (Les Amandiers) al 75º Festival di Cannes e sceglie questa canzone, insieme a simboliche altre e al Guarda che Luna dell’epilogo, per raccontare gli esordi della sua carriera come attrice tra la periferia parigina e New York.
La trama è autobiografica e restituisce vita al gruppo di attori e attrici dell’École des Amandiers di Nanterre, frequentata dalla regista all’età di vent’anni e diretta dal leggendario Maestro Patrice Chéreau (Louis Garrel).
Le vicende prendono forma dall’humus fertile e scivoloso delle emozioni, in anni controversi e di passione come lo furono gli anni Ottanta, fatti di eccessi e droghe. Il contesto storico del film influenza in maniera preponderante il conflitto interiore vissuto dai personaggi, e fa emergere con forza la drammaticità della professione dell’attore: difficile e sofferta, continuamente in bilico tra finzione e realtà in una scuola poco accademica, che insegna, con l’esperienza, a cancellare questa frontiera e a interiorizzare la complessità dell’essere umano. Un mantra che assume ancor più significato quando pronunciato dal geniale Chéreau: “Non è un passatempo recitare, è pericoloso, è difficile. Ed è la vita, che dovreste rappresentare.”
Le attrici e gli attori sono mandorli dal frutto amaro (les amandiers), ma dal succo dolcissimo; i protagonisti, Stella (Nadia Tereszkiewicz) ed Étienne (Sofiane Bennacer) sono rispettivamente fuoco e benzina; così come i loro compagni di corso. Insieme, pronti a esplodere in avventure sospese nell’alternanza continua tra éros e thànatos, tensione ancestrale e archetipo della vita stessa,  ma modello che, a tratti, la stessa regista critica.
In questa prospettiva, infatti, anche il corpo diventa un laboratorio, una scuola, campo di esplorazione di sé e del mondo esterno; diventa linguaggio espressivo, strumento fondamentale. E, se da un lato è fonte inesauribile di risorse, dall’altro è anche luogo pericoloso e ingannevole, capace di portare all’autodistruzione.
“La grande difficoltà, è stata”, dice Bruni Tedeschi “scegliere che cosa mostrare e cosa no. La vita è un miscuglio di drammi e di commedie. Abbiamo bisogno di non prenderci sul serio ma anche di andare in profondità. Io mi ricordo sempre di non dimenticare la commedia della vita, volevo raccontare insieme i dolori e le gioie di una gioventù straordinaria.”
Una gioventù forse ancora acerba, se il concetto di “gioventù” nasce negli anni Sessanta, come direbbe Giulia Cavaliere, giornalista e critica musicale (nel suo podcast intitolato “Noi Siamo Giovani”), ma anche una gioventù consapevole della propria corporeità, bellezza, e onnipotenza. Proprio come dei dell’Olimpo.
Forever young (titolo tradotto in inglese del film) è un viaggio teatrale, capace di svelare, allo stesso tempo, la potenza della vita e del cinema. È un lavoro compiuto, intimo e sagace, pericoloso e sfrontato, insolente e impavido come la corsa a tutta velocità in una macchina rossa o un amore segreto.

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