Quanti di noi possono affermare con certezza di avere per natura un perfetto equilibrio con se stessi?
E quanti di quelli che pensavano di non averlo, sono riusciti a trovarlo facilmente e velocemente?
Io faccio parte della categoria di persone che si sono rese conto di aver poco amor proprio e hanno iniziato un viaggio interiore ed esteriore, che è ancora in atto.
Guardandomi intorno ho capito di non essere l’unica e mi ha rincuorato sapere che questa categoria sia in realtà molto affollata; mi piace pensare alla categoria come ad una collinetta di campagna.
Sulla cima di questa collina, metaforicamente parlando, ci ho incontrato tante persone: amici, parenti, conoscenti, semi-sconosciuti.
E tutti si trovano lì per lo stesso motivo: il viaggio alla scoperta di sé con l’obiettivo di trovare equilibrio e armonia.
Il giorno in cui mi sono posta la questione (se possedessi questo equilibrio) è stato il giorno in cui ho scoperto il film Eat Pray Love, tradotto in italiano con Mangia Prega Ama, uscito nel 2010 e diretto da Ryan Murphy.
Il film è basato sul libro autobiografico di Elizabeth Gilbert, scrittrice e giornalista statunitense.
Protagonista del film, nel ruolo di Elizabeth Gilbert, è la portentosa Julia Roberts, affiancata da attori altrettanto bravi come Javier Bardem, James Franco, Billy Crudup e Richard Jenkins.
Entusiasmata dal film, sono passata al libro in italiano e poi alla versione originale in inglese.
Insomma sulle mensole di camera mia c’è proprio un corner dedicato composto da: libro in inglese, libro in italiano e dvd, proprio come nelle migliori librerie.
E nei momenti di sconforto trovo sempre sollievo rileggendo e riesaminando, nonostante sappia a memoria quasi tutte le battute del film e i passi salienti del libro.
Per chi non lo conoscesse, Mangia Prega Ama parla del viaggio fisico e interiore della scrittrice Elizabeth Gilbert, durato un anno.
Elizabeth, detta Liz, parte alla ricerca di se stessa dopo un divorzio doloroso, una successiva storia d’amore finita male e lo smarrimento d’identità.
Le tappe sono tre: Italia, India e Indonesia.
L’Italia, e più precisamente Roma, rappresenta l’amore per il cibo, la dimensione corporea, ma anche l’amore per la lingua italiana che la scrittrice decide di imparare.

L’India rappresenta la parte spirituale che serve a riconnettersi con l’io più profondo.
L’Indonesia rappresenta la parte legata alla scoperta di una nuova dimensione dell’amore, e della speranza di amare nuovamente nonostante le ferite passate.
La fotografia e i paesaggi del film lasciano senza parole, così come accade con i dialoghi.
Ma a suscitare un po’ di marea nel nostro cuore sono le persone che Liz incontra durante il viaggio ed il rapporto che instaura con ognuna di loro: la banda di amici italiani e la svedese Sofi, il bizzarro e simpaticissimo texano Richard, l’amica indiana Tulsi, Wayan e la figlia Tutti, il saggissimo e sdentato Guru Ketut e il nuovo amore Felipe.
Lo spericolato viaggio alla (ri)scoperta di sé è un inno ai piaceri della tavola, dell’amicizia, della meditazione e dell’amore.
Il tutto perfettamente orchestrato da una colonna sonora sublime, con dei pezzi bellissimi tra cui Harvest Moon e Heart of Gold di Neil Young, ma anche Samba Da Bençáo cantata da Bebel Gilberto e ‘S Wonderful di João Gilberto.
Sia il libro che il film sono costellati di riflessioni che permettono di immedesimarsi nei sentimenti e nelle situazioni che vive la protagonista e comprendere quei vuoti e quei malesseri che possono capitare a chiunque.
Una di queste riflessioni, che molto spesso riecheggia nella mia mente, si trova verso la fine, ma per me ha rappresentato l’inizio del percorso di consapevolezza: “Se sei abbastanza coraggioso da lasciarti dietro tutto ciò che è familiare e confortevole, e che può essere qualunque cosa, dalla tua casa ai vecchi rancori, e partire per un viaggio alla ricerca della verità, sia esteriore che interiore; se sei veramente intenzionato a considerare tutto quello che ti capita durante questo viaggio come un indizio; se accetti tutti quelli che incontri, strada facendo, come insegnanti; e se sei preparato soprattutto ad accettare alcune realtà di te stesso veramente scomode, allora la verità non ti sarà preclusa.”
Il viaggio alla ricerca della verità si può intraprendere in tanti modi: mettendosi lo zaino in spalla e partendo alla scoperta di posti nuovi, cambiando città o paese, cambiando lavoro, partner, smussando angoli del nostro carattere che non ci fanno vivere bene, cambiando il modo di pensare, dando libero sfogo all’immaginazione, partendo per un viaggio interiore.
Quando ci accorgiamo che qualcosa non va nel modo in cui affrontiamo le giornate, o se ci troviamo come Elizabeth, sul pavimento, di notte, a piangere, perché stiamo vivendo la nostra vita in maniera passiva, occorre fare qualcosa per rimetterci in sesto.

Toccare il fondo è necessario, a volte, per balzare dentro noi stessi ed analizzare delle dinamiche spiacevoli attraverso un percorso introspettivo.
Questo significa anche accettare alcune realtà di noi veramente scomode, fare pace con i nostri difetti e accettare ogni singola importante debolezza.
Facile a dirsi, ma non impossibile a farsi.
E che dire del rapporto con gli altri?
Accettare come insegnanti tutte le persone che incontriamo durante questo cammino di scoperta, è uno dei miei passaggi preferiti.
Sicuramente non è di semplice comprensione ed attuazione, ma porta con sé una verità inestimabile.
Dalle persone che ammiriamo, che ci piacciono e con cui stiamo bene, è semplice trarre insegnamenti ed ispirazione.
Ma cosa succede con quelle che invece ci hanno reso la vita più dura?
Quelle persone che ci hanno trasmesso negatività, che magari hanno provato a buttarci giù mettendoci i bastoni tra le ( già delicate ) ruote?
Ci ho pensato molto e sono arrivata ad una conclusione: quelle persone ci hanno fornito strumenti di valutazione e selezione potentissimi.
Anche loro hanno molto da insegnare, nonostante ci abbiano fatto soffrire non poco.
Infatti ci permettono di capire ciò che non vorremmo essere: amici sleali, partner egoisti, datori di lavoro meschini ecc…
Non è forse anche questo un insegnamento?
È importante incontrare le persone nocive, quelle che emanano vibrazioni negative da ogni poro, ma è altrettanto importante rimanere aperti alla conoscenza di persone nuove, senza dimenticare il bagaglio pieno di promemoria e indicazioni di ciò che abbiamo vissuto nel passato.
I brutti incontri non sono segno di sfortuna ma di fortuna anch’essi.
Ecco perché questa parte del libro e del film ha rivoluzionato completamente la mia vita.
Una scena che regala fiumi di emozioni è quella in cui Liz visita il Mausoleo di Augusto a Roma:
“Tutti vogliamo che le cose restino uguali, accettiamo di vivere nell’infelicità perché abbiamo paura dei cambiamenti, delle cose che vanno in frantumi, ma io ho guardato questo posto, il caos che ha sopportato, il modo in cui è stato adoperato, bruciato, saccheggiato, tornando poi a essere se stesso e mi sono sentita rassicurata. Forse la mia vita non è stata così caotica, è il mondo che lo è, e la sola vera trappola è restare attaccati ad ogni cosa. Le rovine sono un dono. La distruzione è la via per la trasformazione.”
Un’altra riflessione cruciale che il film suggerisce, è quella relativa ai nostri pensieri.
Siamo infatti portati a credere di essere schiavi dei nostri stessi pensieri e di non poterli scegliere, ma effettivamente non è così, perché la mente può essere allenata ( ad esempio attraverso la meditazione, lo yoga o letture specifiche ).
Della lezione che Richard insegna a Liz dovremmo farne tesoro tutti: “Devi imparare a scegliere i tuoi pensieri, proprio come ogni giorno scegli i vestiti da mettere. È in tuo potere. Se ti piace tanto avere il dominio della tua vita, lavora sulla mente. È l’unica cosa su cui puoi tentare di esercitare un controllo. Il resto lascialo perdere. Se non domini i tuoi pensieri, sarai sempre nei guai.”
Ed infine il mio personaggio preferito, Ketut, in una delle scene più significative, rivela a Liz un’importante verità sul rapporto tra la ricerca dell’equilibrio e l’amore.
La riposta al quesito se io abbia trovato l’equilibrio o meno la sto ancora cercando, tutti i giorni, in tutti i momenti.
Alcune volte mi sembra di non poterlo raggiungere mai, altre volte mi sento sulla strada giusta.
Ma l’importante forse è essere su una strada.
Quella della consapevolezza e della costante ricerca dell’amor proprio che può renderci in grado di donarci agli altri.
E forse il raggiungimento completo non lo si può individuare in un momento ben preciso, come se ci cadesse un frutto dorato tra le mani, ma la ricerca in sé può rivelarsi il vero equilibrio.
La ricerca è già essa stessa trasformazione.

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