Ma davvero la pesantezza è terribile e la leggerezza meravigliosa? Il fardello più pesante ci opprime, ci piega, ci schiaccia al suolo. Ma nella poesia d’amore di tutti i tempi la donna desidera essere gravata dal fardello del corpo dell’uomo. Il fardello più pesante è quindi allo stesso tempo l’immagine del più intenso compimento vitale. Quanto più il fardello è pesante, tanto più la nostra vita è vicina alla terra, tanto più è reale e autentica. Al contrario, l’assenza assoluta di un fardello fa sì che l’uomo diventi più leggero dell’aria, prenda il volo verso l’alto, si allontani dalla terra, dall’essere terreno, diventi solo a metà reale e i suoi movimenti siano tanto liberi quanto privi di significato. Che cosa dobbiamo scegliere allora? La pesantezza o la leggerezza?
Da anni penso e ripenso a queste parole, tratte dal romanzo L’insostenibile leggerezza dell’essere di Milan Kundera.
Il dubbio su cosa dovremmo scegliere mi attanaglia la mente e disturba il mio irrequieto vivere.
La differenza tra leggerezza e pesantezza costituisce un dibattito probabilmente eterno, trattato in lungo ed in largo e avvinghiato da un’aurea di dubbia risolvibilità.
I veri dannati sono i leggeri o i pesanti?
Addentriamoci meglio nei meandri della questione, provando a descrivere le caratteristiche più estreme di entrambi.
LA CRICCA DEI LEGGERI
Hanno come mantra massimo quello di vivere alla giornata, una sorta di carpe diem un po’ troppo letterale.
Non credono alle promesse, né ai sogni condivisi con altre persone e hanno difficoltà nell’ammettere che non vogliono crescere.

Cercano di non fare programmi a lungo termine, usando scuse del tipo: Potrei poi inimmaginabilmente non essere più libero/a il prossimo weekend.
Un’altra frase tipica che ripetono spesso a se stessi e agli altri è: oggi sì, che domani no!
Inoltre tendono ad avere la testa sospesa in aria e sfuggono a gambe levatissime da ogni tipo di responsabilità.
Non si perdono in riflessioni sul proprio vissuto, sull’operato quotidiano, sul rapporto con gli altri.
Dormono abbracciati stretti stretti alla loro unica Musa e fonte di ebrezza, la Dea Superficialità.
Cercano di riempire le loro serate con distrazioni di ogni tipo, oggetti e persone, che non permettano loro di trovarsi a tu per tu con la vita.
Si dedicano con tenacia all’arte di viaggiare, in cui lo scopo è quello di non pensare a niente.
Molte volte provano uno strano piacere nel confondersi in mezzo agli antagonisti pesanti, nel relazionarcisi, così da pompare ben bene il loro ego paffutello e soddisfatto.
Ti dicono addio appena, tu, povera e innocente giovane creatura pesante ( indovinate quale sia la mia categoria di appartenenza ) fai trapelare, per errore, che forse tutto questo carpe diem sia un tantino esagerato e che ti piacerebbe parlare di un progetto insieme.
Quando infatti avvertono il pericolo di un potenziale tocco duraturo di pesantezza, spariscono in un modo talmente sublime e perfetto che in confronto il mantello dell’invisibilità di Harry Potter sembra una magia da dilettanti.
La loro leggerezza molto spesso va di pari passo con comportamenti schizofrenici.
Una sera trattano la gazzella come l’essere più soave e importante del globo intero e dal giorno dopo fino alla fine del mondo sono in conferenza stampa, segreta, con l’Australia, trattando i dieci modi più lunghi e dolorosi per abbattere le gazzelle.
IL CLUB DEI PESANTONI
Dopo aver appunto letto il pilastro di Kundera i pesanti hanno avuto l’amara illuminazione, nonché successiva spietata consapevolezza della loro categoria di appartenenza.
Sguazzano nel mare oscuro e tempestoso del dover dare spiegazioni certe ad ogni foglia che cade in terra.
Cercano legami sentimentali in terreni assolutamente non fertili e sicuramente inadatti al legame.
( Piccolo promemoria per i pesanti: Dal letame NON nascono i fior. )
Praticano mille goffi e ridicoli tentativi di vivere anche loro con un po’ di meritata leggerezza, fallendo quasi sempre.
Hanno il cuore e la testa pesanti come le colonne del Partenone.
Soffrono di mal di testa cronico e non dormono mai serenamente, le rare volte in cui riescono ad addormentarsi.
Viaggiano spesso da soli e scelgono mete che permettano loro di capire chi siano davvero e quale sia il vero senso dell’esistenza.
L’esito delle loro ricerche purtroppo non è mai pervenuto.
Un altro aspetto affascinante è che riescono ad essere preda delle paranoie più potenti anche mentre praticano Yoga a Bali o meditazione in un Ashram in India.

Non sono ovviamente attratti dai loro simili ma, come accennato prima, adorano invaghirsi dei leggeri con la sciocca pretesa di avere la bacchetta magica per farli cambiare e renderli più simili a loro stessi.
Insomma ad entrambi i filoni piace inzuppare il biscotto nel caffè altrui, chi per divertirsi, chi per farsi male, poco importa il motivo principe, ci si mescola, si litiga, si torna dietro la linea di delimitazione per poi ricominciare tutto da capo di nuovo.
Un valzer distruttivo tra fazioni.
Dulcis in fundo, si creano dei casini tali da gettare in confusione totale anche l’ideatore della fiction Il Segreto che si troverebbe di fronte a troppi spunti interessanti.
Ma niente panico, una soluzione forse c’è!
La prima illuminazione mi è arrivata quando ho scoperto il pensiero dello scrittore Italo Calvino in merito alla leggerezza.
“Prendete la vita con leggerezza, che leggerezza non è superficialità ma planare sulle cose dall’alto, non avere macigni sul cuore.”
In questa frase potrebbe esserci la chiave di tutto.
Calvino riesce a togliere l’accezione negativa dalla leggerezza, che la vede sposata alla superficialità e la eleva ad un’altra dimensione.
Suggerisce di guardare la vita da un’altra prospettiva, con una disposizione d’animo priva di oppressioni.
E a pensarci bene, potremmo farlo anche per quanto riguarda la pesantezza, provando a slegarla dalle sue caratteristiche più negative ed esasperate.
Trovare il giusto equilibrio tra i due mondi non è un luogo comune, ma la possibile soluzione a tutti i nostri mali.
La seconda illuminazione mi è venuta quando un amico mi ha parlato del dipinto di René Magritte in cui ci sono due uomini sospesi tra le nuvole intenti a conversare.
Conversazione che non avviene in un luogo fisico come un bar o per strada, ma in cielo.
Questa scena surreale mi fa pensare alla nostra doppia natura: abbiamo una parte fisica, corporea, viscerale e giustamente tendente alla pesantezza ( i due uomini ) e una parte effimera, vaporosa e giustamente tendente alla leggerezza ( le nuvole ).
Quindi in realtà non dovremmo nemmeno scervellarci per scegliere una sola fazione, o provare a cambiarla; togliendo gli aspetti estremamente negativi da entrambe, possiamo usarle a nostro piacimento.
Obiettivo: serenità!

Articolo uscito su Freeda Media.

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