Vi siete mai ritrovati avvinghiati a determinate idee, oggetti, comportamenti o persone che non fanno più parte del presente?
A me è successo talmente tante volte che ho perso il conto.
E questo tipo di attaccamenti non ci rende forse più malinconici?
Pensiamo quasi di essere impotenti di fronte alle sensazioni negative che possiamo provare riguardo ad alcuni ricordi del passato.
Esiste un’arte, quella di lasciare andare, difficilissima e a tratti dolorosa ma assolutamente necessaria per andare avanti e focalizzarci su ciò che stiamo vivendo in questo momento.
Gli antichi romani dicevano Hic et nunc, qui e ora! Non dicevano mica: resta aggrappato al passato e vivi nell’infelicità.
Ma tutto sommato, ce ne siamo un po’ fregati di questo piccolo grande insegnamento ripreso anche dalla filosofia e da alcune religioni.
Noi, inguaribili masochisti recidivi, teniamo sul comodino il cimelio regalatoci dall’ex, così, per il gusto di farci venire una sincope ogni volta che ci svegliamo o addormentiamo.
E che dire dell’orsacchiotto Jimmy che giace sul nostro letto e ci guarda sempre dritto negli occhi? Di lui non possiamo liberarcene, ce l’ha regalato il/la primo/a fidanzatino/a che abbiamo mai avuto, durante quel magico Capodanno a Londra di 12 anni fa.
Quella stessa persona che magari ci ha anche riempiti di corna e ha contribuito a farci avvicinare all’insicurezza cronica.
Tutto ciò non riguarda solo gli oggetti, ma anche i meccanismi mentali, i pensieri ed i retropensieri, le azioni, le case e – dulcis in fundo – le persone.
Quanto ci piacerà crogiolarci nelle maree del passato, nel tempo che è stato, rifugiandoci in uno stato di nostalgia perenne che non fa altro che danneggiarci?
Qualche tempo fa, mi è successa una cosa bizzarra; mentre cercavo un libro ( che non c’entra niente con questo argomento ) me ne sono ritrovata un altro tra le mani.
Il titolo era proprio L’arte di lasciare andare di Rossella Panigatti.
Ho immediatamente pensato ad un segno del destino, una vera manna dal cielo perché proprio in quel periodo avevo bisogna di fare una bella pulizia.
Una pulizia di tipo catartico che riuscisse ad alleggerirmi da quei pesi ingombrantissimi di cui mi ero circondata più o meno consapevolmente dai tempi delle scuole elementari in poi.
Ho capito di avere un problema quando mia mamma buttava via delle mie vecchie scatole vuote ed inutili e a me venivano le palpitazioni dal dispiacere.
Oppure quando qualche anno fa, sempre mia mamma (donna equilibrata e sana di mente) mi invitava a dare via i costumi da bagno di quando facevo la terza elementare e io mi sono impuntata dicendo che, se li avesse fatti sparire, mi avrebbe bloccato la (de)crescita perché mi ricordavano l’infanzia e le gare di nuoto fatte da bambina.
E se questa è la mia attitudine con gli oggetti pensate a come sono messa con le persone!
Insomma, questa benedetta arte di lasciare andare ha subito colpito la mia attenzione: dovrebbe essere applicata a 360° nella nostra esistenza, partendo dalla comprensione di ciò che significa il fattore tempo, di cui ho trovato un parere interessante proprio nel libro.
“Lasciare andare ciò che ci fa vivere male implica inevitabilmente di considerare il fattore tempo. Tutti noi, infatti, senza distinzioni, frequentiamo assai poco il momento che stiamo vivendo e abbiamo la tendenza a vivere nel passato, macerandoci in sentimenti di rabbia o di colpa, ipotizzando finali diversi a situazioni che sono morte e sepolte e che, per definizione, non si ripresenteranno mai più. Oppure viviamo in un futuro ipotetico, fantasmatico, in cui la paura e l’inadeguatezza la fanno da padrone, e di nuovo non ci rendiamo conto che quel tempo non esiste, non ancora, mentre le tensioni che provoca sono tristemente reali.”
Purtroppo, ho dovuto ammettere a me stessa che questa dinamica è una delle mie preferite, quella che sicuramente metto in atto più spesso e volentieri.
E ho sempre visto il cambiamento come uno spaventoso salto nel buio: con questo presupposto chi allungherebbe mai la gamba nel fosso?
“Il terrore del cambiamento può manifestarsi assai presto e si concretizza nel timore che, modificando qualcosa nello status quo, possano venire a mancare le certezze degli affetti, dei riferimenti, persino le sicurezze che ci permettono di camminare nella vita. Peccato però che la vita sia dinamismo ed eterno divenire, e che nulla rimanga statico e immutabile. Prima ci arrendiamo al cambiamento, dunque, prima cavalcheremo l’onda della vita.”

“Lo spettro delle «cose» che nel corso della vita dobbiamo lasciare andare è ampissimo. Si tratta senza dubbio di situazioni molto diverse, il cui valore non è paragonabile, e tuttavia l’esperienza che in questi casi ci troviamo ad affrontare ha degli aspetti simili, di cui è importante avere chiara consapevolezza. Soprattutto se si considerano i problemi che possono derivare dall’incapacità di lasciare andare, a livello mentale e anche a livello fisico. Se in questi momenti, che possono essere cruciali come una separazione o un lutto, o comunque stressanti come un trasferimento o un trasloco, interrompiamo la comunicazione con il centro del nostro essere – per rabbia, per paura, per rancore –, i blocchi energetici che ne derivano possono letteralmente avvelenarci la vita, talvolta persino per sempre.”
E siamo proprio sicuri di volere una vita avvelenata?
Non abbiamo voluto seguire la massima degli antichi romani, d’accordo.
Ma non vogliamo ascoltare nemmeno Elsa di Frozen quando canta la sua hit “Let it go”?È un chiaro inno a lasciar correre, lasciar andare.
Chi siamo noi per ribellarci?
Imparare a eliminare tutto ciò che crea un impedimento ad un armonico fluire della nostra vita, non è impossibile.
Sicuramente comporta dei sacrifici, qualche fitta allo stomaco o emicrania, ma ne vale la pena.
“Essere pronti a lasciare andare la zavorra che ci grava d’inutile peso non significa rinunciare al nostro bagaglio di esperienze, quelle che hanno caratterizzato il nostro passato e hanno modellato il nostro presente, facendo di noi quello che siamo. Non vuol dire nemmeno abdicare ai nostri sogni e a tutto ciò che abita il nostro futuro. Significa abbandonare l’inessenziale, l’inutile e il dannoso.”
Come raggiungere la misura giusta? Per la verità, non credo esista una formula magica che valga per tutti: ognuno di noi ha la propria sensibilità, il proprio vissuto con cui fare i conti.
Credo tuttavia che, attraverso una maggiore consapevolezza delle dinamiche che ci portano a trattenere invece che lasciare andare, a conservare invece di aspettarci che la vita ci porti sempre cose nuove e migliori, potremo individuare il nostro modo personale e unico di lasciare andare.
Nel concreto possiamo imparare a lasciare andare attraverso alcuni semplici step:
- Usare il trattamento urto: BUTTARE DAVVERO VIA gli oggetti legati a ricordi piacevoli divenuti spiacevoli.
- Fare pulizia fisica in casa, rimettere in ordine, eliminare il superfluo ( costumi da bagno del periodo preistorico inclusi ).
- Assicurarsi che le persone intorno a noi siano quelle che ci fanno stare bene in questo momento preciso, che migliorano e colorano il nostro presente.
In generale la cosa più difficile da fare, credo sia lasciare andare le persone.
Persone che hanno significato tanto nella nostra vita, che abbiamo amato e che non avremmo mai pensato di perdere.
Ma se è vero che la vita è evoluzione continua, che noi stessi siamo fatti per evolverci e mutare ogni secondo di ogni giorno che viviamo, allora dobbiamo provare a staccarci da quelle persone.
Soprattutto emotivamente.
E in merito a questo, c’è una scena del film Eat Pray Love, nella versione italianaMangia Prega Ama (basato sul libro autobiografico di Elizabeth Gilbert) che nonostante io conosca a memoria, mi fa piangere ogni volta.
– Io ti ho amato, Stephen.
– Lo so. Ma io ti amo ancora.
– Allora amami.
– Ma mi manchi.
– E allora lascia che io ti manchi.
Mandami amore e luce ogni volta che pensi a me e poi lasciami andare.


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