Storie (s)comode

Una vita da stagista

La parola “stage” in questo moderno, super tecnologico, avanguardistico 2021, raggiunge il suo massimo splendore e altitudini talmente elevate che in confronto il Machu Picchu è sul livello del mare.
Questa parola viene usurata, violentata e massacrata nell’era moderna.
Ebbene, le povere creature innocenti e probabilmente ancora ingenue che escono da un’università o da una scuola professionale non sanno a cosa andranno incontro quando si affacciano nell’oceano di squali del mondo lavorativo italiano.
Non possono saperlo, se non per sentito dire o per averlo letto sui quotidiani, ma quando arriva il momento di provarlo sulla propria pelle, si salvi chi può.
Si salvi chi può perché il meccanismo malato e deleterio innescato dalle aziende, non può che danneggiare i giovani psicologicamente, economicamente ed emotivamente, senza di fatto insegnar loro niente.
Il mantra massimo delle aziende è costi 0 per quanto riguarda il personale.
Prima c’è la scusa dello stage curriculare, obbligatorio dopo molti corsi universitari.
Quando si esaurisce il deterrente dello stage curriculare si parte con altre stronzate.

Una tra queste: “Sa, Michelangelo, per entrare nella nostra azienda Culi di Marmo, di così grande importanza sul mercato mondiale della scultura, nonché la più rilevante a livello nazionale, è necessario partire da uno stage formativo, per poterle dare i migliori strumenti al fine del raggiungimento di un comune obiettivo.
Poi sa, Michelangelo, noi ci teniamo ai nostri stagisti e se lei si darà da fare troveremo il modo, più avanti, di farle un contrattino come si deve, un bellissimo apprendistato per esempio.”
Ma alla scadenza dei sei mesi, ecco che arriva la famigerata frase di congedo: “Caro Michelangelo, volevo innanzitutto ringraziarti, ti dò del tu ormai, per i mesi passati insieme e per il tuo apporto alla nostra azienda, però diciamo che non abbiamo visto in te quella dose di proattività e creatività necessaria allo sviluppo performante della nostra mission. Quindi per il momento, pensiamo di non procedere con il contratto, tuttavia posso farti una lettera di raccomandazione per i tuoi prossimi fiorenti lavori. In bocca al lupo!”
Solo che la lettera di raccomandazione non è mai pervenuta, mentre il lupo, quello sì che è dietro l’angolo pronto a fagocitarsi tutti i giovani Michelangelo alle prime armi.
Così il baldo Michelangelo passa quei successivi sei mesi di disoccupazione, misti a depressione, ansia e insonnia mentre cerca un altro impiego.
Vorrebbe lavorare in ambiti affini a ciò che ha tenacemente studiato alla scuola d’arte con tanta passione, ma ahimè, sembra impossibile.
Arriva il giorno della chiamata presso l’azienda concorrente di Culi di Marmo, la famosissima Faccia di Bronzo, così lo speranzoso Michelangelo accetta la proposta.
Ed eccola qua l’appetibile ed irrinunciabile proposta: “Allora, sarebbero 400€ mensili, ma con i buoni pasto da 5€ l’uno validi solo nel Bar Bottura sotto l’angolo.
Purtroppo sa, con la sua breve esperienza, non possiamo offrirle che questo stage, ma pensi che con il nostro nome sul curriculum, avrà tutte le porte aperte.”
Le porte della disperazione sicuramente.
E così Michelangelo si ritrova a 44 anni, sempre in stage, a casa dei genitori e con 20 anni di esperienza di stage all’attivo nella lavorazione del marmo.
Disperato, si butta nella raccolta di pomodori rossi e freschi.
E pensare che era così bravo con sculture e scalpelli.
Vi ricorda qualcosa questa storiella ed il suo protagonista?
Purtroppo l’amara verità che sta dietro a questo gioco di invenzione, che tanto gioco non è, così come tanta invenzione non c’è, è che fare lo stagista per diverse volte, per tanti anni, non è solo svilente e vergognoso per la paga che oscilla dagli 0€ percepiti ai 500€ mensili ad esagerare, ma è umiliante a livello umano.
È come se non si riconoscesse l’impegno, il tempo, lo sforzo fisico o intellettuale che sia, il valore dell’essere umano che sta lavorando.
Non solo, quello stesso essere umano viene costantemente preso in giro, poiché gli vengono fatte promesse di assunzione sapendo già dal momento della firma dello stage che non ci sarà futuro per lui, perché al momento della scadenza di quei 6 lunghi mesi, che possono pure diventare 12, verrà mandato via, quasi sempre a calci nel didietro e al suo posto c’è già pronto il nuovo novellino da sfruttare.
Questo sfruttamento bieco del valore personale e lavorativo dei giovani però riporta danni gravi non solo al poverino, ma anche alle aziende, ed è visibile nel medio-lungo termine.
In primis perché ogni sei mesi tocca formare una persona da capo, in secundis perché non ci saranno mai persone motivate e con un’enorme conoscenza ed esperienza del lavoro in questione.
I dipendenti infelici ed insoddisfatti non daranno mai il loro meglio e ciò si ritorcerà contro i clienti, ove ci fossero, o contro le opere prodotte.
Un giorno, a tal proposito, sono incappata in una frase che mi ha scioccata perché l’ho subito avvertita come utopistica ed irrealizzabile nello scenario italiano.
La frase diceva più o meno così: I dipendenti di talento restano in un’azienda per i seguenti motivi.

1) sono pagati bene

2) sono apprezzati

3) sono ascoltati

4) vengono riconosciute loro delle promozioni

5) vengono coinvolti nelle decisioni

6) sono guidati

7) vengono sfidati in maniera positiva

Quante aziende possono mettere la spunta su questi 7 punti?
Dedicato a tutti i Michelangelo di questo pianeta.

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