Vi è mai capitato di guardarvi allo specchio e vedere l’immagine di un mostro al posto di voi stessi? Vedersi brutti ci condiziona la vita.
Esistono diversi stadi di questo disturbo, e il livello di gravità può variare.
La riflessione che mi sta a cuore è quella relativa alla forma più leggera di dismorfofobia, che comunque è sufficientemente potente da attanagliare l’esistenza di molte persone, compresa la mia.
Mi avevano detto che una volta superata l’adolescenza sarebbe passata e invece eccomi qui, sempre impegnata nei vari tentativi di scacciarla via.
Non essendo io né un medico né una psicoterapeuta non posso esprimere opinioni riguardo alle forme gravi che talvolta sfociano anche in altri disturbi.
Cosa significa esattamente questo termine che ci spaventa e suona così male?
La parola dismorfofobia deriva dal greco δύσμορϕος “deforme” e ϕόβος “paura”, ovvero il timore ossessivo di essere o di diventare brutti, perfino deformi.
Si tratta di una vera e propria fobia che nasce da una visione distorta che si ha del proprio aspetto esteriore, causata da un’eccessiva preoccupazione della propria immagine. Lo psichiatra ed antropologo Enrico Morselli, alla fine dell’800, utilizza per primo il termine dysmorphia per indicare una deformità o difetto percepito in maniera abnorme dal soggetto o addirittura assente.
Addirittura assente!
Ci rendiamo conto di cosa è capace la nostra simpatica mente?
Di inventare un difetto, o di esagerarlo e ampliarlo e infine di permettergli di rovinarci giorni, mesi e anni. E scommetto che ha anche una parte di colpa in merito al rapporto che abbiamo con gli altri, conseguentemente a come percepiamo la nostra immagine.
Ma come mai scegliamo di essere così severi con noi stessi? Perché sposiamo l’auto-criticità estrema che spesso ci porta all’alienazione? Che sia il frutto amaro di una società estremamente consumista e basata su un’attenzione esasperata nei confronti del corpo? Dipende forse da qualche oscuro e nascosto episodio legato alla nostra infanzia?
Può essere un insieme di tutto ciò, ma il risultato è sempre uno.
Perchè anche la forma più leggera arreca inevitabilmente sofferenza a chi la vive tutti i giorni.
Colpisce senza distinzioni; non conosce età, sesso, religione, condizione sociale, bellezza, maturità o intelligenza.
E ci viene spontaneo domandarci: cosa si innesca nella mente di chi si guarda e non si piace? A monte ci possono essere diverse paure, in primis credo regni sovrana la paura della non accettazione da parte degli altri, poi la paura della vecchiaia, o del passaggio da pubertà ad adolescenza; insomma, abbiamo paura di un corpo che è comunque destinato a cambiare.
Spesso le persone ricorrono a delle scorciatoie, anziché dedicarsi ad una possibile soluzione scavando a fondo alla questione (seppur dolorosa). Indagare fa male, provare a cambiare è difficilissimo, quindi a volte, semplicemente ci adagiamo e restiamo annidati nel covo deleterio della dismorfofobia.
C’è stato un momento preciso in cui ho pensato che prendere in mano la situazione fosse possibile; quel momento è arrivato quando ho visto un video dedicato appunto a questo disagio. La prima volta che ho visto questo spot legato alla dismorfofobia, ho pianto. Sia per la reazione che hanno avuto le persone in questo video, sia perché sentivo che avrei potuto esserci io al posto loro.
Ma una volta asciugate le lacrime si può percepire come il messaggio finale del video sia in realtà un invito positivo a riflettere su questa condizione. Dobbiamo smetterla di essere così cattivi con noi stessi e renderci conto che molto spesso nemmeno gli altri sarebbero altrettanto cattivi o severi nei nostri riguardi esprimendo un giudizio meramente estetico.
Anche Luigi Pirandello in “Uno, nessuno e centomila” aveva affrontato il tema della dismorfofobia. Lo ha fatto attraverso la storia di Vitangelo Moscarda, che inizia proprio davanti ad uno specchio e si conclude col rifiuto dello specchio stesso, emblema del concetto di identità pirandelliana. Una mattina la moglie gli fa casualmente notare alcuni difetti fisici di cui non si era mai accorto,a partire dal naso. È l’inizio di un vero e proprio sconvolgimento; il povero protagonista si interrogherà crtiticamente sull’immagine che ha di sé.
– Che fai? – mia moglie mi domandò, vedendomi insolitamente indugiare davanti allo specchio.
– Niente, – le risposi, – mi guardo qua, dentro il naso, in questa narice. Premendo, avverto un certo dolorino. Mia moglie sorrise e disse:
– Credevo ti guardassi da che parte ti pende.
Mi voltai come un cane a cui qualcuno avesse pestato la coda:
– Mi pende? A me? Il naso?
E mia moglie, placidamente:
– Ma sì, caro. Guardatelo bene: ti pende verso destra.
Avevo ventotto anni e sempre fin allora ritenuto il mio naso, se non proprio bello, almeno molto decente, come insieme tutte le altre parti della mia persona. Per cui m’era stato facile ammettere e sostenere quel che di solito ammettono e sostengono tutti coloro che non hanno avuto la sciagura di sortire un corpo deforme: che cioè sia da sciocchi invanire per le proprie fattezze. La scoperta improvvisa e inattesa di quel difetto perciò mi stizzì come un immeritato castigo (…)
– Che altro?
Eh, altro! altro! Le mie sopracciglia parevano sugli occhi due accenti circonflessi, le mie orecchie erano attaccate male, una più sporgente dell’altra; e altri difetti…
Non è forse successo qualcosa di simile anche a noi? Partiamo da un difetto e subito dopo ne scoviamo un altro e poi un altro ancora fino a ritrovarci immersi in un ginepraio circolare che abbiamo creato con le nostre mani (e sempre con la nostra simpaticissima mente). Ma se facciamo attivamente parte del gruppo di persone che vivono il disagio della dismorfofobia, anziché chiedere di diventarne membri onorari, siamo sempre in tempo a cambiare le carte in tavola e salvarci, vivendo l’unica vita che abbiamo a disposizione contenti di abitare nel nostro corpo.
Una volta un amico saggio mi ha detto che per vivere bene dobbiamo imparare a controllare la nostra mente. Almeno un minimo.
Dovremmo tutti essere in grado di selezionare i pensieri giusti e positivi soprattutto quando sempre quella gran simpaticona della nostra mente ci suggerisce tutt’altro che fiorellini e luce. Soprattutto quando suggerisce allo specchio un’immagine di noi DISTORTA e distante da quella che è la realtà. Questo obiettivo non è utopia liquida, ma il possibile esito di una lunga e difficoltosa salita.
D’altra parte, cosa c’è alla fine di ogni salita?
Un mostro?
No, ci siamo noi stessi con la nostra faccia, il nostro corpo, e la fatica fatta per arrivare fino in cima. Accettarsi non sarà dietro l’angolo, ma tentare è più vicino di quanto sembri.
Articolo uscito su Freeda Media.

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